1 Agosto 2026
La vera storia di Radio Sardegna Libera, Terza Parte
Singolare è l’approccio con cui gli americani si propongono agli operatori delle radio.
Il caso più particolare in Sardegna, dove gli alleati trovano un gruppo di militari che gestiscono una piccolissima radio in un piccolissimo paese del nuorese ̶ Bortigali ̶ nel cuore dell’isola. I militari, capitati lì per caso, sono proprio dal caso, ben assortiti: fra loro ci sono ufficiali che hanno già lavorato in radio, chi come tecnico, chi come annunciatore, chi come giornalista. Vale la pena conoscerli. Il capo è Armando Rossini, maggiore dell’esercito, con una matura esperienza giornalistica e politica: da giovane, nel 1921, era stato capo dell’ufficio stampa dell’ultimo governo Giolitti. Il tenente Carlo Sequi, giovane avvocato sardo; il sottotenente Pezzi, giornalista esperto di politica estera; il sottotenente Walter Vannini, già annunciatore dell’EIAR a Firenze; il giornalista sardo Guido Martis. E un altro giornalista, che ben presto diventa il leader del gruppo: si chiama Jader Jacobelli, laureato in filosofia, e che terminata la guerra, diventerà uno dei maggiori protagonisti della radiotelevisione italiana. È lo stesso Jacobelli a raccontare i fatti.

«Noi cinque eravamo in Sardegna fin dal settembre del 1943. Io mi trovavo a Cagliari, all’aeroporto di Elmas. Comandavo una batteria contraerea da 20 millimetri. Dovevamo difendere l’aeroporto. Difendere è una parola grossa. Noi sparavamo al massimo a una quota di 1.800 metri, mentre gli aerei ci bombardavano tranquilli da quota 2.500. Però le nostre mitragliere facevano un gran rumore e questo ci dava coraggio. Lo sbarco degli americani in Sardegna fu abbastanza pacifico: i tedeschi se ne erano andati indisturbati dopo l’8 settembre. Fu in quei giorni che venni avvicinato da un capitano italo-americano del Pschologal Warfare Brench, appunto il settore della guerra psicologica. Il Pwb aveva il compito d creare centri di informazione nei territori che venivano mano a mano liberati. Il capitano mi domandò se volevo fondare, insieme a qualche altro ufficiale italiano, una radio libera. La proposta mi lusingò e mi spaventò insieme. Temevo di essere strumentalizzato a fini di propaganda. Chiesi al capitano: “Come si potrà conciliare la libertà di quella radio con l’assistenza (per non dire il controllo) del Pwb?” – Lui mi rispose: “Siamo in guerra, e in guerra senza quell’assistenza non ci può essere libertà.” – Insistetti: “E se un giorno la libertà e l’assistenza si troveranno in contrasto, chi avrà la meglio?” – “Chi è più intelligente”, mi rispose. Accettai.»
Jader Jacobelli si trova a essere così uno dei fondatori di quella che nasce come Radio Bortigali, e che diventa poi Radio Sardegna Libera con il primato di avere dato per prima al mondo la notizia della fine della guerra. Ma come avviene tutto ciò? Il compito del piccolo esercito di Radio Bortigali era quello di trasmettere le notizie del giorno e soprattutto le notizie da portare nelle case dei tanti soldati che avevano le famiglie nel continente: i familiari non sapevano niente dei soldati, e i soldati niente dei propri cari. Una radio da inventare in condizioni di grande emergenza.
«Il comando militare», riprende il racconto di Jacobelli, «ci mette a disposizione un piccolo baracchino, una trasmittente siglata R6 e issata su un camion abbandonato, e ci raccomandano di “non procurargli guai!” Ci diamo da fare per trovare qualche radiotecnico che ci potesse dare una mano. Ma presto scopriamo che quella trasmittente altro non era che un residuato bellico che i tedeschi in fuga avevano abbandonato non prima di averlo reso inutilizzabile. Ci sono voluti 15 giorni per rendere funzionante quell’arnese. Quindici giorni di trepidazione, come se da esso dovesse dipendere la vera liberazione dell’isola e anche la nostra: quella della Sardegna, che avrebbe avuto una voce che non aveva mai posseduto; la nostra, perché ci avrebbe ricongiunto in qualche modo ai nostri cari. Il giorno in cui i due radiotecnici ci annunciano che il segnale è attivato, è un giorno di festa: la radio funziona e noi possiamo correre per l’etere. L’idea che di lì a poco saremmo riusciti a parlare con tutto il mondo ci mette le ali. La notte dormiamo poco in attesa del miracolo. Ma il miracolo non si avvera: i tecnici tornano da un sopralluogo e ci comunicano che ad appena due chilometri da Bortigali il segnale non si prende, nessuno ha sentito e sente niente. Lo scoramento è totale, anche la giornata è coperta, buia, fredda: compare anche la neve.
Tutto finito? Tutto fallito? Sono i tecnici che ci fanno coraggio e ci incitano a restare: “Queste cose capitano”, ci dicono, “le risolveremo…” E difatti il segnale ritorna. Proviamo la stessa sensazione che certamente provò Guglielmo Marconi, anzi più grande perché lui sapeva che esisteva una causa e un effetto che andavano in tandem, io e i miei commilitoni no. Festeggiamo e cominciamo a pensare alla prima trasmissione da mandare in onda. Per verificare la buona riuscita del segnale inviamo alcuni soldati presso alcune famiglie di Bortigali e della campagna circostante, il tanto da coprire un vasto raggio, per verificare se si sentiva qualcosa: “Si sente rumore, solo rumore”, rispondono i soldati al loro rientro.

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