Papa Leone da Castel Gandolfo ripete “No alla guerra”.

1 Agosto 2026

Papa Leone da Castel Gandolfo ripete “No alla guerra”.

di Gianpiero Gamaleri

Ma davvero ciascuno di noi può “chiamarsi fuori” dalla guerra? Riflettendo sulle parole di  Papa Francesco e di Leone XIV.

C’è un richiamo di Papa Francesco che rischiamo di aver già dimenticato: “Dobbiamo evitare di abituarci alle guerre”. Un richiamo che non era riferito ai vari Putin, Trump Netanyahu, Ayatollah o altri potenti della terra. Era riferito a noi, a ciascuno di noi. E’ facile infatti chiamarci fuori e dire che queste situazioni le subiamo e basta, anzi le condanniamo. Ma se scaviamo anche di poco nelle nostre coscienze dobbiamo ammettere che non è così. Poco o tanto, anche noi siamo parti in causa. Certo, sono pochi i militanti della guerra, quelli schierati esplicitamente con Putin, coi Pasdaran o con Hamas. E sono ancor meno i soldati di ventura che si arruolano e che magari ci lasciano la vita.  Ma nella nostra mente, nel nostro cuore e nel nostro immaginario di persone comuni dobbiamo ammettere che una qualche partecipazione a questi eventi l’abbiamo e non di poco conto.

Parlo per me stesso. Quando sui giornali o alla tv sento che qualche drone ha volato su Mosca o San Pietroburgo oppure che i gli Hezbollah libanesi hanno replicato a un attacco di Israele trovo un sottile godimento. E lo trovo naturale pensando che sia mosso questo sentimento dalla stessa esperienza di Davide contro Golia. Però, pensandoci meglio, capisco che sto accedendo anch’io alla logica della vendetta cioè alla logica della violenza e della guerra che, comunque sia, miete sempre vittime, causa sofferenze, viola il diritto, mortifica la persona umana.

Sembra un pensiero naturale quello di parteggiare per esempio per il più debole. Ma non ci accorgiamo che alla fine comporta una legittimazione della violenza seppure come legittima difesa. QQqQQuesto, secondo me, voleva dire Francesco quando diceva di non farci tutti corrompere dalla guerra: tifare per una parte senza cogliere il carico di sofferenza che comunque comporta.

E questo tifare per una parte senza cogliere il carico di sofferenza che comunque comporta a poco a poco si insinua anche nelle nostre relazioni personali, nella società e persino in famiglia. Ciò porta a pensare che la soluzione dei conflitti grandi o piccoli che siano sia la violenza, il “dente per dente” e non il dialogo, la condivisione e l’amore. Sento già l’obiezione che “i grandi” se ne fregano del dialogo, della condivisione e tanto più dell’amore perché le giudicano utopie irrealizzabili. Ed hanno le loro ragioni. Eppure, a pensarci bene, è questa la strada da percorrere, l’unica strada per non diventare a nostra volta pedine di una guerra totale che inquina anche il nostro giudizio, le nostre coscienze. E’ questo anche il senso profondo dei reiterati richiami di Papa Leone da Castel Gandolfo.

 Ciò non significa essere pacifisti ad oltranza in un mondo che va a fuoco. Significa però non farsi contaminare nella nostra capacità di discernimento sulle cose, alla ricerca delle strade giuste da percorrere.  Certo non appare realistico affidarci solo alle preghiere delle suore di clausura che possano intenerire i cuori di pietra dei potenti ma occorre anche non assuefarci a quella terribile droga della guerra che crea una profonda diffusa dipendenza nei confronti della violenza praticata in ogni relazione umana. E questa resistenza non è semplice perché le guerre attuali stanno dimostrando, come quelle passate, di non spegnersi facilmente, ma al contrario di dilagare nella famosa espressione della “guerra mondiale a pezzi” e potemmo quasi dire permanente.

Siamo quindi rimandati al discorso della montagna di Gesù,  discorso fatto ai “puri di cuore”. Non possiamo perdere del tutto la nostra purezza perché la guerra è la somma algebrica di tutte le impurità dell’umanità di cui facciamo parte.

Gianpiero Gamaleri è Professore ordinario di Sociologia della comunicazione e già consigliere di amministrazione della RAI