RAI al centro di tutto, la lezione di Roberto Sergio

14 Agosto 2026

RAI al centro di tutto, la lezione di Roberto Sergio

di Pino Nano

Il futuro dei media e quello delle democrazie sono strettamente legati. L’informazione non è solo un mercato, ma il luogo in cui una comunità condivide valori e si riconosce. Oggi l’abbondanza di dati e la convergenza tra TV, carta e digitale non garantiscono automatica consapevolezza: distingue il vero dal falso e il rilevante dal virale è diventato estremamente complesso“.

Questa è l’analisi lucidissima che il Direttore Generale della RAI Roberto Sergio fa del ” Ruolo dell’informazione nella democrazia“, e lo fa a sua firma con un commento che oggi viene pubblicato dal quotidiano La Stampa con un titolo che è tutto un programma, “Il futuro dei Media si gioca sulla fiducia”.

Bene, in un momento in cui la RAI è sulle prime pagine di tutti i grandi giornali italiani per la vicenda Ranucci-Lavitola, Roberto Sergio non rinuncia al suo ruolo-guida dell’Azienda, e con un editoriale su La Stampa di oggi spiega -da grande esperto di comunicazione quale egli è sempre stato- che la fiducia del pubblico è in crisi, che gli algoritmi dei giganti tecnologici mostrano contenuti senza assumersi alcuna responsabilità editoriale né coscienza civile, e che l’Intelligenza Artificiale generativa se da una parte offre grandissime opportunità, dall’altra presenta invece seri rischi di disinformazione e manipolazione.

E’ una “grande RAI” quella che Roberto Sergio racconta in questo suo editoriale, e che il vecchio manager di Viale Mazzini chiude con una riflessione ancora più forte della premessa: il vero motore del cambiamento -dice- rimane il capitale umano, fatto di idee, professionalità, visione e coraggio.

Noi crediamo che questo testo rappresenti benissimo il sentiment di migliaia e migliaia di uomini e donne che ogni giorno alla RAI hanno dato e continuano a dare la propria vita, e proprio per questo lo riproponiamo qui di seguito in maniera integrale, perchè secondo noi vale la pena di leggerlo per intero.

IL FUTURO DEI MEDIA SI GIOCA SULLA FIDUCIA

ROBERTO SERGIO*

In oltre quarant’anni in aziende pubbliche e private ho visto innovazioni scomparire e altre cambiare il nostro modo di vivere. Nessuna ha reso superflua la responsabilità di decidere che cosa raccontare, come e nell’interesse di chi.

Parlare del futuro dei media significa parlare del futuro delle democrazie. L’informazione non è soltanto un’industria: è il luogo nel quale una comunità si racconta, riconosce i propri valori e costruisce una visione condivisa.

La trasformazione è tecnologica, economica, culturale e sociale. I confini tra televisione, radio, carta e digitale si dissolvono: tutto è contenuto, sempre accessibile. Ma l’abbondanza non genera automaticamente consapevolezza. Mai tante informazioni sono state disponibili e mai è stato così difficile distinguere il vero dal falso, il rilevante dal virale.

La prima emergenza è riconquistare la fiducia. Il pubblico si distribuisce tra televisione, piattaforme, social e podcast, mentre i giganti tecnologici intercettano pubblicità e dati. Anche la mediazione è in crisi: gli algoritmi decidono ciò che milioni di persone vedono o ignorano. Ma un algoritmo non assume responsabilità editoriale né possiede una coscienza civile.

L’intelligenza artificiale generativa non va respinta. Può migliorare produzione, traduzione, ricerca e accessibilità. Ma può anche amplificare la disinformazione, creare immagini, riprodurre voci e volti e assottigliare il confine tra realtà e artificio.

Le norme non bastano. Servono regole chiare e responsabilità: fonti riconoscibili, trasparenza sull’uso dell’AI, verifica di immagini e filmati, rapida correzione degli errori. La velocità non può essere l’unico criterio: diffondere per primi una notizia falsa significa perdere credibilità.

Nel medio periodo cambierà la natura delle imprese editoriali: non più soggetti soltanto televisivi, radiofonici o giornalistici, ma media company. Un’inchiesta potrà diventare programma, podcast, contenuto digitale e archivio: non la stessa copia ovunque, ma un ecosistema coerente. Anche la misurazione dovrà considerare fruizione digitale, autorevolezza e impatto sociale.

Nella mia esperienza in Rai e alla guida di San Marino Rtv ho maturato una certezza: un’azienda editoriale non si trasforma acquistando soltanto tecnologie. Servono visione, identità e persone motivate. Il capitale umano resta centrale: senza idee, professionalità e coraggio, rinnovare studi e piattaforme produce un cambiamento soltanto esteriore. Nel lungo periodo la questione decisiva sarà chi controllerà l’accesso alla conoscenza. La personalizzazione potrà migliorare i servizi, ma anche rinchiuderci in ambienti omogenei. Una democrazia ha invece bisogno di uno spazio comune, nel quale cittadini diversi conoscano gli stessi fatti e incontrino interpretazioni differenti.

In questa prospettiva il servizio pubblico acquista maggiore responsabilità. Deve garantire informazione autorevole, plurale e indipendente; raccontare territori, minoranze, scuola, ricerca, cultura e disabilità; contrastare la disinformazione, assicurare accessibilità, custodire la memoria audiovisiva e incontrare i giovani nel digitale. Deve essere un laboratorio d’innovazione aperto a università, imprese creative e territori. La sua legittimazione dipende da qualità, trasparenza e valore per la collettività.

L’editoria privata è altrettanto essenziale. Il pluralismo vive grazie a testate, televisioni nazionali e locali, produttori e iniziative digitali. L’impresa privata porta velocità, rischio e innovazione, ma deve operare in un mercato equilibrato, senza essere schiacciata dalle piattaforme globali. Il servizio pubblico e i privati non sono necessariamente antagonisti. Devono competere sulla qualità, ma condividono obiettivi: diritto d’autore, industria audiovisiva, formazione, lotta alla pirateria e regole per algoritmi e Ai. Occorrono alleanze tra televisioni, radio, quotidiani, piattaforme, produttori e territori, per rafforzare il sistema italiano ed europeo.

Il futuro non sarà uno scontro tra vecchi e nuovi media, pubblico e privato, essere umano e Ai. La distinzione sarà tra media credibili e irrilevanti; tra organizzazioni capaci di evolvere e strutture impegnate a conservarsi; tra tecnologia al servizio delle persone e tecnologia senza responsabilità. L’innovazione non va temuta né subita. Va compresa e guidata.

Dopo tanti anni nella comunicazione, continuo a pensare che il valore di un mezzo non dipenda soltanto dalle persone raggiunte, ma da ciò che lascia in ciascuna. Il futuro dei media si giocherà nella capacità di non limitarsi a catturare l’attenzione, ma di rendere le persone più informate, consapevoli e, quindi, più libere. —(Da: La Stampa, venerdì 14 agosto 2026, pag 21)

*Direttore Generale Corporate della Rai e Direttore Generale di San Marino Rtv