Salviamo la lingua di Dante, la missione di Stefano Fava

7 Luglio 2026

Salviamo la lingua di Dante, la missione di Stefano Fava

di Mimmo Nunnari

Salvare l’italiano, la lingua di Dante Alighieri, amata ma continuamente attaccata da più parti, dal dilagare dall’inglese, dal linguaggio sciatto della televisione, dalla pigrizia di chi usa sempre la stessa manciata di parole – tanto per fare qualche esempio. E’ la missione ambiziosa, ma non impossibile, di Stefano Fava, professore di letteratura italiana e storia nei licei, già per quindici anni insegnante di lingua italiana in scuole e università del Regno Unito.

Fava, è autore del libro “La soffitta delle parole” (UTET, pagine 243) , una specie di manifesto con cui si propone attraverso la presentazione di vere e proprie gemme lessicali, di spiegare ai ragazzi, e non solo, la bellezza struggente di una terzina di Dante. Si parte da lontano: da Cicerone, il nome più famoso dell’arte dell’eloquenza. Il riferimento al più grande oratore della Roma antica, serve come esempio per  parlare o scrivere con efficacia ed eleganza e in modo tale da interessare e persuadere gli uditori o lettori. Accontentarsi di un vocabolario ristretto, elementare e fortemente omologato alla massa dei parlanti, perché basato sugli ultimi neologismi del momento, appare, agli occhi, anzi alle orecchie del professore, un atteggiamento ingiustificato, oltre che ottuso. Anche perché oggi, volendo, ci vogliono meno di tre secondi, per prendere in mano il telefono, digitare una parola trovata in un libro, in un articolo di giornale, o su internet e scoprirne il significato e cominciare a usarla. E, soprattutto, non costa niente farlo, è gratis!

Bisogna, dunque, è il consiglio del professore, farsi metaforicamente un giro in soffitta, come quella della nonna, dove si trovano le vecchie cose in disuso; e li’ magari troviamo le parole scomparse, sostituite impropriamente da altre. I dati statistici, raccolti dall’osservazione dei principali dizionari della lingua italiana (Devoto Oli, Zingarelli, Treccani, Sabatini, Coletti, Grani di Tullio De Mauro), dicono che negli ultimi venti-venticinque anni – praticamente dall’inizio del terzo millennio – i neologismi entrati nell’uso dei parlanti italiani sono per il 40 per cento di derivazione anglosassone.

Dallo spoglio di questi dizionari, risulta che negli ultimi trent’anni la quantità di francesismi, ispanismi e germanismi è sostanzialmente stabile, mentre le parole inglesi continuano a penetrare e ad accumularsi, con una velocità fuori controllo. E’ positiva, questa invasione linguistica? Sicuramente no. Come difendersi? Fava, con leggerezza, come è abituato a fare con i suoi studenti, ha fatto ricorso ad un metodo: presenta di volta in volta nelle pagine del libro una parola scivolata via dall’uso comune, relegata nelle pieghe dei vocabolari o, per usare la metafora a lui cara, dimenticata in soffitta. Nel raccontare l’uso letterario e le mille strade in cui una parola finisce per perdersi, il professore la rispolvera e la lucida, riportandola a brillare del suo antico splendore: da sofisma ad aporia, da protervia a indefesso, da acquiescenza a codesto, da blandizia a pugnace, da sibillino a misoneismo […] l’elenco delle gemme lessicali è lungo.

“Ciò che si deve fare – dice Fava –  è creare, nel flusso della corrente culturale principale, dei piccoli vortici ribelli, che possano interrompere, ritardare o evitare la deriva verso il precipizio”.