2 Marzo 2026
Antonio Bruni:”I primi 15 anni di Nuova Armonia e RAI Senior”
Avete mai provato a riandare indietro nel tempo ricercando sui vecchi giornali le cronache di avvenimenti importanti e che hanno lasciato il segno nella vita di una Associazione come la nostra di RAI Senior?
A me capita spesso di farlo, lo faccio un pò per mestiere e un pò per via di una passione malata che mi porto dentro rispetto al passato, ma questa volta è stato il caso a portarmi sulle tracce di una cerimonia che RAI Senior ha celebrato in maniera solenne nella Sala degli Arazzi di Viale Mazzini in RAI ben dieci anni fa.
Era il 12 Maggio del 2017, e questo è l’intervento ufficiale di Antonio Bruni storico Editorialista di Nuova Armonia, relatore ufficiale quel giorno. (pn).
di Antonio Bruni
“Questa è un’occasione molto bella per ripensare alla presenza della nostra rivista. Quando Umberto Casella, che l’ha guidata e la guida con molta discrezione ma con un pugno fermo – soprattutto nei confronti degli editorialisti, per non farli “debordare” – mi disse: «Questo giornale, che prima era meritoriamente anche un bollettino con la sacrosanta funzione di onorare i defunti e ricordare i morti ed è giusto continui a farlo, oltre a dare notizie sulle attività ricreative, deve però diventare un giornale in cui si trovino tutte le occasioni per parlare di Rai», mi fece riflettere.
All’epoca ero responsabile dei festival internazionali: portavo i programmi di qualità della Rai nei concorsi internazionali per affermarla. È stata un’esperienza meravigliosa, non solo perché viaggiavo e conoscevo realtà straniere, ma perché vedevo una televisione che non appariva sui teleschermi, eppure esisteva in produzione: la televisione di qualità.
Mi chiesi allora: perché non ricordare su questo giornale gli elementi della qualità televisiva?
Iniziai così una serie di articoli. Parlai, per esempio, della TV regionale, la Terza Rete quando era davvero regionale: una decisione miope dell’azienda stabilì di chiudere i programmi nel 1987 e lasciare solo i telegiornali, pensando che così si sarebbe eliminata la conflittualità tra informazione e programmazione. «Ammazziamo i programmi così i telegiornali vivono tranquilli». Non fu affatto così: le tensioni aumentarono.
Io ho cominciato a lavorare negli anni Sessanta, nel 1967, nei programmi culturali TV. Recentemente Aldo Grasso ha scritto che allora si faceva solo evasione: non è vero. Si vedeva l’Italia reale. Se guardiamo ciò che è conservato in Teca dagli anni Sessanta, Settanta e fino all’inizio degli Ottanta, vediamo le facce degli italiani, le scuole, l’interno delle case e delle famiglie, le fabbriche, la gente vera.
Oggi, invece, se cerchiamo nella Teca qualcosa della vita reale degli ultimi anni, troviamo poco o nulla: sempre le stesse immagini di repertorio. L’Italia sembra scomparsa. Questo era il punto che volevo sottolineare nei miei articoli, che mi diedero anche una certa soddisfazione.
A un certo punto, però, ho deciso di andare più sul concreto. Cito un episodio, non per togliermi un sassolino dalla scarpa – sono cose passate – ma perché significativo. Nel 2009, proprio in questa sala, durante una grande assemblea del sindacato dei dirigenti con il direttore generale Pier Luigi Celli, ebbi l’onore di essere pubblicamente attaccato da lui senza che nessuno intervenisse: molti avevano paura.
Celli, a mio avviso, nutriva un profondo disprezzo per i dipendenti Rai. Io avevo detto una cosa molto semplice: se negli ultimi dieci o quindici anni la Rai ha cambiato dodici consigli di amministrazione, quindici presidenti, diciassette direttori generali, ed è rimasta comunque prima negli ascolti, nonostante l’instabilità ai vertici, a chi lo dobbiamo? Ai dipendenti Rai, che hanno tenuto in piedi la baracca e mandato in onda programmi di qualità.
Per questo ho pensato che su questa rivista si potesse parlare non solo dei grandi personaggi celebrati altrove, ma anche di figure meno note o non note che si sono distinte in ambiti culturali al di fuori della loro attività aziendale. Avere dipendenti Rai, magari con mansioni modeste, capaci però di esprimersi culturalmente ad alto livello, dimostra la qualità del capitale umano dell’azienda.
Ho iniziato così una galleria di dipendenti Rai autori di libri. Non voglio fare torto a nessuno, ma ricordo, tra gli artisti figurativi, Enzo Schiuma, Franco Ziliotto, Franco Lubrani, grande fotografo internazionale; tra gli scrittori Melo Freni, Massimo Sani, Franco Matteucci, Luciano Capretti, Almo Paita, Franco Roselli, Enzo Trapanese, Cristiana Ruggeri, Valerio Ochetto, Giancarlo Governi, Valter Preci e sicuramente molti altri che ora non riesco a citare.
Mi piacerebbe che si realizzasse almeno un catalogo virtuale di tutti i libri pubblicati dai dipendenti Rai nel corso degli anni: una biblioteca reale forse non basterebbe a contenerli, ma un archivio digitale sì.
Umberto, per esempio, ha realizzato due documentari raccogliendo le testimonianze visive di protagonisti Rai – tecnici, montatori, programmisti, giornalisti, direttori.
È un documento storico eccezionale, che arricchirà la Teca Rai, anche perché negli anni del monopolio era severamente proibito autopromuovere i programmi: non si poteva parlarne in onda, e perfino i comunicati stampa erano filtrati dall’ufficio stampa. Oggi ogni programma ha un proprio ufficio stampa e si autopromuove; allora era vietato.
Questa raccolta di testimonianze è dunque preziosa. Ti invito, Umberto, a continuare su questa strada: non è una questione di autocelebrazione della “famiglia Rai”, ma un fatto fondamentale per la storia del Paese e della cultura italiana.
La più grande azienda culturale italiana deve essere raccontata anche attraverso i suoi protagonisti, compresi coloro che, pur in altre mansioni, hanno prodotto cultura.
C’era anche una bella iniziativa – non so se esista ancora – un concorso per libri scritti da dipendenti Rai, “FuoriNarreRai”. Da lì sono emersi scrittori straordinari che svolgevano mansioni amministrative o contabili. Sarebbe importante riprenderla.
Questo significa fare cultura. Significa promuovere il Paese. Credo che Nuova Armonia abbia dato e continui a dare un contributo fondamentale: è l’unica rivista all’interno della Rai. Ma non facciamola diventare un organo ufficiale, altrimenti morirebbe. Meglio la libertà.
Grazie”.
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