Gianpiero Gamaleri “Il decentramento è anche comunicazione radio e televisione”

29 Luglio 2026

Gianpiero Gamaleri “Il decentramento è anche comunicazione radio e televisione”

di Gianpiero Gamaleri

Lettera-Aperta di Gianpiero Gamaleri, Professore ordinario di Sociologia della comunicazione e già consigliere
di amministrazione della RAI, al Ministro Roberto Calderoli e all’ex Presidente del Senato Maria Elisabetta Casellati.

Illustre Ministro Calderoli, gentile Ministra Casellati, state lavorando nell’ambito del Parlamento al progetto di legge sulla cosiddetta autonomia differenziata che nelle intenzioni dovrebbe potenziare il ruolo delle Regioni, ovviamente non senza polemiche. E la vostra attenzione è concentrata al 90% sul grosso problema della sanità che assorbe quasi completamente i bilanci regionali. Eppure le regioni sono un corpo vivo che alimenta anche ben altri interessi materiali e culturali dei loro abitanti. Tra questi sicuramente ci sono i temi della comunicazione, della radio della televisione, di Internet e dell’Intelligenza Artificiale che ormai costituiscono l’habitat in cui siamo sempre più destinati vivere.
Per cui, parlare di decentramento regionale e territoriale sarebbe ed è l’occasione per mettere a fuoco tutto il tessuto di relazioni che i nostri diversi ambienti possono e debbono favorire, oltre naturalmente a mettere più rendere più efficiente la macchina sanitaria.
Una nazione a noi molto vicina sia territorialmente che culturalmente, la Germania, ha intuito questo con molta chiarezza fin da quando dovette risollevarsi dalle macerie del dopoguerra che essa stessa aveva tanto contribuito a causare. Ed allora si orientò con decisione ad attribuire alle regioni e agli altri enti territoriali responsabilità molto notevoli. Si trattava di una comprensibile reazione alla terribile esperienza nazista che aveva come epicentro il concetto è la pratica di nazione. La valorizzazione delle autonomie regionali coincideva e coincide per la Germania, ma anche per noi, con un passo decisivo verso una democrazia sempre più compiuta, basata sul decentramento dei poteri e sullo stimolo alle attività locali, espressioni delle comunità di appartenenza.
Una delle più evidenti e durature conseguenze di tale impostazione in Germania è costituita dal sistema televisivo pubblico che si impernia appunto sulle entità regionali e territoriali, cioè sui lander per poi convergere verso il centro con programmi anche di rilevanza nazionale, europea ed internazionale. Quello che è chiaro in Germania è che il territoriale ha una prevalenza sul nazionale e non viceversa.
Detto questo sarebbe auspicabile anche da noi in Italia che il dibattito sulle autonomie regionali e territoriali includesse anche la voce del Servizio Pubblico radiotelevisivo o, come si dice più propriamente oggi, di quella media company di pubblico servizio che sta diventando la Rai.
Appare subito chiaro che rispetto ad oggi ciò comporrebbe un rovesciamento della impostazione centralistica del servizio pubblico radiotelevisivo dalla sua nascita ad oggi. Nel contempo potrebbe però anche aiutarci nell’attuazione dell’EMFA (European Media Freedom Act), cioè del regolamento europeo ormai vigente che se non attuato ci manda diritto verso una procedura di infrazione europea.
Un ripensamento del servizio pubblico su scala regionale consentirebbe infatti di prevedere attuare meccanismi di indipendenza assolutamente nuovi rispetto alle alchimie politico-istituzionali che continuanti ci riportano alle logiche spartitorie delle parti in gioco.
Va riconosciuto alla Rai lo sforzo di una riflessione per valorizzare gli aspetti territoriali. A partire dal progetto di una “Nuova Rai 3”, tanto nuova da non essere mai decollata, fino alla nascita della TGR, testata regionale con venti presidi giornalistici e amministrativi decentrati che hanno certamente un notevole valore. Anche nel campo della programmazione c’è una serie di fiction apprezzabili con forte radicamento territoriale indicative di uno sforzo che non va trascurato, dalla Sicilia di Montalbano alla Tataranni di Matera, dalla Notaia di Sorrento alla Bologna dell’ispettore Cogliando, e tante altre. Ma siamo sempre nell’ambito che gli storici definirebbero del droit octroyé, cioè, per così dire di diritti ottenuti per benevola concessione all’interno di un’impostazione centralistica. Un’impostazione centralistica e nazionalistica che oggi pervade tra l’altro pressoché tutte le forze politiche, certamente di destra autoritaria ma anche di sinistra postcomunista. Brandelli di autonomia rimangono solo in frange del movimento cattolico e in residui del pensiero liberale, salvo qualche residuo bossiano.. Tutto il resto obbedisce a logiche verticistiche di potere da scalare come la vetta del Cervino. Rimane la fiammella di quello che potemmo chiamare il movimento dei sindaci, favorito da una buona legge elettorale locale.
In questo clima non ci si stupisce che il mondo intero stia viaggiando a velocità veertiginosa verso un sistema di oligarchie economiche e imprenditoriali che sempre più chiaramente si trasformano in dittature politiche e istituzionali.
Torno all’argomento iniziale: si sta discutendo di autonomia regionale differenziata, cioè che sia auspicabilmente capace di raccogliere le autentiche istanze della base. Si discute di prestazioni sanitarie, tema di indubbia rilevanza. Ma il quadro vero è enormemente più ampio e deve rispondere alla domanda: andiamo dall’alto verso il basso o dal basso verso l’alto?
Ferma restando l’esigenza di compatibilità economiche e di una massa critica sufficiente a far emergere iniziative capaci di essere competitive sullo scenario globale, perché non pensare a un sistema televisivo e dei media che parta dal basso e converga verso l’alto, come bene o male la Germania sta attuando dal ’45 al oggi? Possibile essere europei per il costo del latte e delle patate e ignorare quello che fanno i nostri vicini nel campo della cultura, della creatività, dell’arte.
Qualche esperto del settore, come l’amico e ex collega nel CdA Stefano Balassone già mi ha risposto in via breve che i tedeschi pagano un canone televisivo triplo del nostro. E rispetto questi argomenti economici. Ma so anche se non si comincia una cosa, non si arriverà mai a capirla e attuarla. E qui si tratta di partire dall’immaginario collettivo. Ciascuno di noi nella vita parte dal proprio “particulare” per scoprire il fascino del generale. E in questo percorso i media (pensiamo anche alle responsabilità del ministero della cultura) giocano un ruolo essenziale. Vogliamo continuare a parlare di autonomie territoriali e lasciare da parte il senso dell’origine, cioè la voce più importante della nostra coscienza personale e civile?
Grazie cari Calderoli e Casellati della vostra attenzione verso questa mia riflessione che potrebbe avere proprio la concretezza dell’utopia.