27 Settembre 2026
Angelo Angelastro, una storia RAI lunga 42 anni.
“La Lega democratica degli studenti viene prima di tutto. Bari, anni Settanta. Insolito tentativo di un movimento per la riforma della scuola ostile alle logiche dell’estremismo. Successo in città e non solo: il modello suscita interesse un po’ ovunque. Dirigo la Lega e, studiando all’alba, continuo i miei studi universitari: Giurisprudenza prima, Lettere poi. La laurea in letteratura angloamericana arriverà qualche anno dopo l’inizio del lavoro in Rai, con una tesi sullo scrittore William Burroughs, padre “putativo” della beat generation americana”.
Si racconta così Angelo Angelastro uno dei volti più iconici del TG1 degli anni scorsi, e che una volta lasciata la RAI è tornato alla scrittura, la sua vecchia passione di sempre, e ai suoi romanzi d’autore che oggi fanno di lui uno degli scrittori più interessanti del panorama letterario italiano.

Martedì 29 settembre a Roma, alle ore 18 alla libreria dell’Auditorium del Parco della Musica Ennio Moricone, a presentare l’ultimo suo romanzo “Il doppio arcano” (Passigli Editore) saranno Rossella Vodret famosissima storica dell’arte italiana, e la giornalista Vania Colasanti, e naturalmente lui sul red carpet della serata chiamato a raccontare la magia di questo suo romanzo “che non è soltanto la storia della morte di Caravaggio -scrive Alice Scolamacchia sulle colonne de La Gazzetta del Mezzogiorno– ma è anche il percorso di un giornalista che, nella ricerca della verità, deve affrontare ostacoli esterni e un profondo smarrimento interiore provocato dall’incontro con opere dalla forte carica trasgressiva, capaci di mettere in discussione anche le sue certezze personali. Ecco che torna la bellezza come strumento di salvezza, utile per “trovare una identità in cui riconoscersi”.

Angelo Angelastro, partiamo dall’inizio. Dal novembre 1977 al maggio 2021 in Rai. Sono più di 43 anni in Azienda. Quasi una vita…
Una vita di lavoro davvero lunga. Trascorsa qualche volta al trotto, il più delle volte al galoppo. Prima nella redazione di Bari, poi al Tg1. Quando entrai nella redazione pugliese l’incombenza quotidiana più importante erano le due edizioni del giornale radio. La sperimentazione della Terza Rete sarebbe arrivata solo due anni più tardi. E avrebbe introdotto molti cambiamenti. Soprattutto nei ritmi di lavoro e nei linguaggi. All’epoca si era ancora lontani dall’ansia del “minutino” per il Tg. Ma ci mancava poco.
In quale settore hai mosso i primi passi della tua esperienza professionale?
Arrivai in Rai dopo una breve ma intensa “gavetta” nella redazione pugliese de l’Unità. Due anni trascorsi fra cronache del lavoro, del sindacato e della vita politica in una Regione che cercava di liberarsi dalle zavorre della marginalità. Portai con me questo bagaglio nel palazzo di via Dalmazia, a Bari. E per un certo tempo mi divisi fra le emergenze delle grandi realtà industriali, le cronache del consiglio e del governo regionale, le inchieste sociali nelle aree più diseredate.
Poi arrivò la prima svolta. Il tuo sguardo puntò altrove…
Non si trattava di un vero e proprio altrove. Laureato in letteratura anglo-americana e vicino a molti ambienti della vita universitaria pugliese trovai conseguente indirizzare la mia vita professionale verso la cultura e gli spettacoli. Proposito che sarebbe stato forse velleitario se in quei primi anni Ottanta l’avventura del Teatro Petruzzelli di Bari non avesse assunto caratura internazionale. Sulla mia scelta si giocò una scommessa della nascente informazione televisiva regionale: il rifiuto del provincialismo.

Fu un’epoca di grandi incontri, interviste e viaggi. Cosa ricordi più volentieri?
Beh…l’imbarazzo della scelta è notevole. Mettiamola così: mai avrei pensato di dover sostenere lo sguardo severo di Rudolph Nurejev che pretese di rispondere in un italiano molto stentato alle mie domande o di dover ammonire il dolcissimo Dizzy Gillespie che si preparava a registrare per me un brano con la sua celebre tromba ritorta dicendogli: “Stiamo girando per il Tg1, Dizzy, il più ascoltato telegiornale italiano!” C’è poi un altro aspetto che caratterizzò il mio impegno in quel tempo: avevo capito che sul palcoscenico del Petruzzelli stava avvenendo qualcosa di importante e non mi lasciai sfuggire l’occasione per comunicare tutto ciò ad un’audience più ampia della platea regionale. Il Tg1 raccolse volentieri le mie proposte ma non fu l’unica testata a farlo. Divenni l’occhio della tv italiana su una certa èlite dello show business. Qualche altro nome? Margot Fonteyn, Maurice Bejart, Roland Petit, Lorin Maazel, Liza Minnelli, Franco Zeffirelli, Liz Taylor. E l’elenco potrebbe continuare a lungo…
Il sogno del “grande” Petruzzelli va in fumo la notte fra il 26 e il 27 ottobre del 1991…
Quella notte non bruciò soltanto il bellissimo teatro che la borghesia barese aveva donato alla città fra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento. Andò in frantumi anche il proposito di candidare il capoluogo pugliese al ruolo di capitale culturale del Mezzogiorno. Se così si può dire, io ne trassi le conseguenze e decisi che i tempi di un’esperienza romana si erano fatti non solo auspicabili ma addirittura urgenti.
Arrivi a Roma nel 1994. La cosiddetta Rai dei professori aveva deciso di “rimescolare le carte” con le famose ‘opzioni’.
Rara esperienza di rivitalizzazione aziendale e di circolazione delle energie professionali. Dopo anni di collaborazione da Bari e dai luoghi del mondo nei quali il Petruzzelli calcava i palcoscenici, il Tg1 mi accolse nella redazione cultura. E iniziò per me, sotto la direzione di Demetrio Volcic, una nuova frenetica “immersione” nei mondi della musica e dell’opera, della letteratura, del cinema, del teatro, della danza. In Italia e all’estero. Centinaia di incontri, decine di viaggi, una ‘valanga’ di servizi: per il Tg, per le Rubriche, per gli Speciali. Immagino mi chiederai qualche esempio. Poiché l’elenco sarebbe troppo lungo preferisco citare solo alcuni viaggi all’estero che ben chiariscono le mie scelte in quegli anni: dopo aver seguito l’evento Aida alle Piramidi andai in Brasile con Dario Fo nelle vesti di regista d’opera, poi a Pechino per Turandot nella Città Proibita e in Giappone con il Maggio Musicale Fiorentino, a Francoforte con Claudio Abbado e l’Orchestra Mozart, a Beirut, Gerusalemme, Erevan, Istanbul e in molte altre capitali con Riccardo Muti e l’Orchestra Luigi Cherubini, a Londra per le composizioni sinfoniche di Paul Mc Cartney. Quanti avvenimenti importanti e quali personaggi di prima grandezza ho dimenticato? Tanti. Un’istantanea di quegli anni, tuttavia, porterò sempre con me. Ritrae il Dalai Lama che, col suo disarmante sorriso, mi prende per mano dopo aver risposto alle mie domande nell’Istituto Lama Tzong Khapa di Pomaia.
In tanti anni al Tg1 hai lavorato con molti direttori. Qual è stata, a tuo parere, la figura più carismatica?
Non ho dubbi. Albino Longhi è stato il direttore più amato e rispettato. Il suo carisma poggiava su molte qualità: la serenità d’animo, l’uso ponderato della parola, la sottile ironia, l’amabilità. Se non condivideva qualcosa manifestava il suo punto di vista con garbo. Ostile alle frivolezze che cominciavano a farsi strada nei sommari dei Tg, invitava i sostenitori delle notizie “frizzanti” a recarsi nel bar aziendale dove consumare, eventualmente, qualche bibita con le bollicine… Fu proprio Longhi a distogliermi dalle mie passioni e a “catapultarmi”, da caporedattore, nel più concreto lavoro di confezione quotidiana del telegiornale. Seguirono sette anni di lavoro molto intenso per ricostruire la Redazione Società del Tg1, redazione che nel suo intento avrebbe dovuto rafforzare l’attenzione della testata alle molte tematiche di un Paese in profonda e vertiginosa trasformazione. Il mio orizzonte abituale divenne, in quel tempo, il cielo di Saxa Rubra. Tornavo in qualche modo ai temi che avevano segnato tanti anni prima il mio esordio nel mondo del giornalismo.
Quando nascono, invece, le due Rubriche che hai ideato e condotto?
Tg1 Incontri e Tg1 Persone appartengono ad una stagione totalmente diversa e sono figlie del mio bisogno di riprendere il lavoro sul campo. E’ una sorta di ritorno alle mie predilezioni, ma con un’ottica diversa. Non solo i grandi eventi e i personaggi apicali della cultura e dello spettacolo. Concepisco le due Rubriche come un agile contenitore di volti, storie, avvenimenti che uniscono il prestigio di personaggi famosi alla silenziosa originalità di chi non ha la fortuna di calcare i grandi palcoscenici della vita. E’ stato un viaggio bellissimo: più di 300 puntate che hanno dato voce all’Italia dei migliori. Prima puntata nel 2009, ultima nel 2021. Con qualche breve parentesi.
Ci sono poi i tuoi libri. Il primo ha visto la luce mentre eri ancora in Rai…
Stai parlando di “Mondi Miei” che è stato pubblicato nel 2013. Anche “Il bel tempo di Tripoli”, un memoir sugli anni della disavventura coloniale italiana in Africa Orientale, è stato dato alle stampe negli anni di Tg1 Persone: era il 2015. E’ stata poi la volta di “Le ultime tarantate”, nel 2022. Avevo lasciato la Rai un anno prima. La mia ultima creatura, “Il doppio arcano”, è nelle librerie da luglio e sarà presentato a Roma il 29 settembre alla Libreria Notebook dell’Auditorium. Si tratta di una storia contemporanea che ruota intorno alla figura di Michelangelo Merisi da Caravaggio e intreccia storia, arte, intrigo, psicologia in un canovaccio piuttosto serrato.

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