29 Settembre 2026
La sfida di Giampaolo Rossi al Prix Italia “La credibilità dipende dalla verità dei fatti”.
E’ stata una vera e propria lectio magistralis sul giornalismo moderno la relazione che Giampaolo Rossi Ad della RAI ha tenuto questa mattina a L’Aquila al primo grande incontro-dibattito organizzato dal Prix Italia su un tema di grande forza mediatica come lo è “Uniti contro la disinformazione”. Una lezione che è stata per tutti noi una analisi rigorosissima e dai toni perentori -a 360 gradi- sul modo come si produce informazione, e soprattutto una lezione di stile sul come la RAI deve garantire la qualità del suo linguaggio giornalistico. Nessuna riserva nelle parole del numero-uno di Mamma RAI, nessuna defaillance, nessuna marcia indietro, soprattutto su un tema centrale, che la vicenda Lavitola-Ranucci ha riportato in questi mesi al centro del mondo, e cioè il giornalismo di inchiesta che rischia, se non rispettoso dei fatti, di diventare- sottolinea Giampaolo Rossi- un boomerang pericoloso per tutti. Altro tema “scottante” della relazione di Giampaolo Rossi è stato il rapporto tra Intelligenza Artificiale e Giornalismo moderno, un rapporto non semplice da decodificare, ma la sola certezza assoluta che Rossi dichiara qui al Prix Italia è che l’autorevolezza è determinata “dalla capacità di chi svolge un ruolo creatore di informazione, di essere credibile e di dare veridicità e verifica alle fonti giornalistiche”. Come dire, oggi al Prix Italia si è tornati tutti a lezione di giornalismo e di stile. Ma data la rilevanza di questo incontro e di questa lezione di comunicazione, qui di seguito troverete il testo integrale dell’intervento dell’AD della RAI, perchè oguno se ne ha voglia lo legga fino in fondo e lo faccia proprio. (Pino Nano)

di Giampaolo Rossi
“È una riflessione, quella oggetto del panel odierno, che riguarda direttamente la qualità della nostra democrazia, perché l’informazione costituisce oggi uno degli snodi più delicati nei quali si intrecciano competenze giornalistiche, innovazione tecnologica e responsabilità etica. Le riflessioni di oggi, quindi toccano aspetti relativi alla qualità della nostra democrazia, dentro cui lo spazio pubblico ed il racconto di esso definiscono i confini della convivenza.
Quando parliamo di disinformazione, infatti, non stiamo affrontando semplicemente il problema delle fake news o dei contenuti manipolati. Stiamo riflettendo su qualcosa di più profondo: sul rapporto tra Noi e la realtà.
La rivoluzione digitale e l’intelligenza artificiale stanno modificando il nostro ecosistema cognitivo, ancor prima che quello tecnologico. Cambiano il modo in cui produciamo informazione, il modo in cui la distribuiamo, il modo in cui la consumiamo e, inevitabilmente, anche il modo in cui costruiamo la nostra percezione del reale.
Sergio Zavoli osservava che «la rivoluzione non è più il cambiamento, ma la velocità del cambiamento». Viviamo immersi in una dinamica nella quale informazioni, immagini, dati, commenti e narrazioni circolano a una velocità che non ha precedenti nella storia. Ogni giorno siamo raggiunti da una quantità di contenuti che nessuna generazione prima della nostra avrebbe potuto prevedere. Ma la sfida non è soltanto tecnologica. È la sfida della complessità tipica della condizione postmoderna, nella quale le grandi narrazioni si frammentano, e noi siamo chiamati a orientarci dentro una quantità crescente di informazioni spesso prive di gerarchie e contesti.
È questo, probabilmente, uno dei grandi paradossi del nostro tempo: abbiamo più informazioni che in qualsiasi altra stagione della storia e, allo stesso tempo, avvertiamo una crescente difficoltà nel distinguere ciò che è fondato da ciò che è semplicemente verosimile, ciò che è vero da ciò che appare convincente, ciò che rappresenta un fatto da ciò che costituisce un’opinione.
In questa cornice si colloca una delle trasformazioni più significative della contemporaneità: l’emergere di una dimensione che potremmo definire di “informazione senza giornalismo”.
La platform society ha moltiplicato in maniera straordinaria le possibilità di accesso, di partecipazione e di espressione. Ma ha anche reso possibile la circolazione di immense quantità di contenuti privi di mediazione professionale, di verifica, di contestualizzazione e, spesso, di responsabilità editoriale. Non è necessariamente un male in sé. È un fatto.
Ma proprio per questo si rende necessario ricongiungere l’informazione al giornalismo. Perché il giornalismo non coincide con l’informazione. L’informazione può esistere senza giornalismo. Il giornalismo, invece, è ciò che conferisce all’informazione affidabilità, metodo, credibilità e responsabilità. È la disciplina che trasforma una moltitudine di dati, dichiarazioni e testimonianze in una conoscenza pubblicamente verificabile.
Per affrontare questa sfida diventa necessario anche ripensare i criteri attraverso i quali valutiamo il successo dell’informazione stessa. Per molti anni abbiamo concentrato la nostra attenzione quasi esclusivamente sugli indicatori quantitativi: ascolti, visualizzazioni, impression, interazioni, engagement. Sono elementi importanti, naturalmente. Nessuno pensa di poterli ignorare.
Quello che si richiede oggi è altro rispetto agli ascolti e alle interazioni. È la garanzia di pluralismo, l’autorevolezza e la credibilità anche dei giornalisti che sono chiamati a svolgere la loro professione.
La credibilità non è un attributo astratto, non è una rendita di posizione, non deriva automaticamente dalla storia di una testata o di un programma. L’autorevolezza è determinata dalla capacità di chi svolge un ruolo creatore di informazione, di essere credibile e di dare veridicità e verifica alle fonti giornalistiche.
La credibilità è quindi il risultato di competenza e di responsabilità e non dello share che deve essere inseguito.
Oggi il giornalismo è chiamato a rafforzare simultaneamente competenze tematiche per comprendere fenomeni che sono sempre più specialistici, competenze espressive per rendere la complessità accessibile, competenze tecnologiche indispensabili per governare gli strumenti digitali e la potenzialità anche dell’intelligenza artificiale che è un universo che stiamo iniziando a sondare adesso e che non capiamo bene dove può arrivare.
Il giornalismo e il giornalismo d’inchiesta è un valore fondante per la democrazia, perché consente di accendere un faro, una luce sugli aspetti anche contraddittori del potere, della realtà dei nostri giorni. Ma se il giornalismo d’inchiesta si trasforma in un giornalismo di teorema, non è più un valore per la democrazia, ma è un cancro per la democrazia.
Allora lo sforzo della Rai e del servizio pubblico è fare in modo che l’approfondimento, l’informazione, la costruzione del nostro immaginario non si definisca attraverso un teorema, ma attraverso la verifica delle fonti, la veridicità, l’indipendenza fa giornalismo e la credibilità che è data ovviamente dalla capacità di essere riconosciuto “dall’opinione pubblica” come credibile, autorevole. Chi fa giornalismo, chi fa informazione definisce lo spazio pubblico in cui noi viviamo, e quindi anche un pezzo della nostra realtà e su questo la RAI e i servizi pubblici non possono giocare.
Hannah Arendt ha indagato il rapporto tra informazione e democrazia. Ci ha lasciato una riflessione che considero particolarmente significativa: ovvero che la libertà di opinione è una farsa se l’informazione sui fatti non è garantita. La perdita della distinzione tra vero e falso è il rischio dei processi manipolativi dell’informazione di massa.
La democrazia non vive soltanto della libertà di esprimere opinioni differenti. Vive della possibilità di confrontarsi a partire da fatti riconoscibili, verificabili e condivisi. Ed è proprio qui che si colloca il ruolo del Servizio Pubblico. È in questa prospettiva che si collocano iniziative come RAI PER IDMO e il progetto “Uniti contro la disinformazione”, che punta a sviluppare conoscenza mediatica, verifica delle fonti e cognizione nell’ecosistema digitale. La Rai considera queste attività parte integrante del proprio percorso di trasformazione in una moderna Digital Media Company, capace di coniugare innovazione, accessibilità e responsabilità.
In un’epoca nella quale l’intelligenza artificiale renderà sempre più semplice produrre testi, immagini e contenuti, la vera sfida non sarà generare più informazione ma continuare a produrre fiducia. E la fiducia nasce sempre dallo stesso punto: dalla verità dei fatti, dalla credibilità delle fonti, dalla forza del metodo giornalistico e dalla difesa di quel pluralismo che costituisce il fondamento più autentico della missione del Servizio Pubblico”. (Fonte: Ufficio Stampa della RAI)

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