Grandi Giornalisti. Corrado Alvaro, primo Direttore del GR RAI che si ribella al regime.

19 Ottobre 2026

Grandi Giornalisti. Corrado Alvaro, primo Direttore del GR RAI che si ribella al regime.

di Pino Nano

Un libro appena fresco di stampa “Corrado Alvaro e la lezione americana sull’Italia del Sud”, scritto dal giornalista-scrittore calabrese Mimmo Nunnari, per lunghi anni Vice Direttore della TGR RAI, apre finalmente uno squarcio di verità sul Corrado Alvaro primo direttore del Giornale Radio della RAI, che per via delle sue idee di libertà e di pluralismo pagò caro questo suo primo incarico ai vertici dell’informazione RAI.

Il libro di Mimmo Nunnari racconta un Corrado Alvaro cocciutamente convinto che il pluralismo e la libertà di espressione dovessero essere di casa in una RAI appena nata, e invece proprio per via del suo essere libero fu costretto alle dimissioni ad appena tre mesi dalla sua nomina.

Il libro (Edito da Rubbettino) ricostruisce questa triste pagina della vita dello scrittore di San Luca con una precisione quasi maniacale, frutto di un lavoro di ricerca e di archivio a cui per la verità Mimmo Nunnari non è nuovo e che in passato gli ha permesso di raccontare la crisi del Sud come pochi altri hanno saputo fare.

Addirittura, in questo suo “viaggio a ritroso” Mimmo Nunnari racconta anche del primo sciopero in RAI, era il 1945, sciopero in difesa delle posizioni di Corrado Alvaro e contro ogni forma di censura nei suoi riguardi. È come se il tempo non fosse mai passato, tanta freschezza e attualità si coglie in queste pagine.

Proprio per questo vi proponiamo in maniera integrale questo racconto di Alvaro Primo Direttore del Giornale Radio della RAI perché neanch’io avrei mai immaginato che dietro le dimissioni di Alvaro dal suo incarico ci -fosse una storia di pesante censura.  Corsi e ricorsi della storia. (Pino Nano).

di Mimmo Nunnari

L’attività giornalistica di Alvaro fu intensa, come editorialista di grandi quotidiani, inviato, critico letterario e direttore. Scrisse ininterrottamente dal 1914 al 1956, anno della morte. Diresse «Il Popolo di Roma» dal 25 luglio all’8 settembre del 1943, il Giornale radio nel 1945, «Il Risorgimento» di Napoli dal 7 marzo al 15 luglio 1947. Come annota Mario Strati, nella postfazione di Scritti dispersi: «Passa attraverso il giornalismo non solo molto della sua prosa, ma anche la misura della sua capacità artistica». Sono trentacinque, dei quaranta racconti che formano L’amata alla finestra, gli scritti che hanno visto la luce sul giornale «La Stampa»; come pure su «Il Mondo» di Giovanni di Amendola furono pubblicati articoli o novelle, che poi saranno utilizzati o travasati in opere più propriamente narrative.

Alvaro fu anche il primo direttore del Giornale radio RAI, nominato da Luigi Rusca 54, dirigente editoriale di formazione liberale e antifascista che nell’agosto 1944 gli Alleati anglo americani avevano scelto come commissario straordinario per risanare l’EIAR (Ente italiano audizioni radio), da lui ribattezzato RAI.

Il profilo del direttore del Giornale radio Rai suggerito dal PWB doveva essere quello di un giornalista antifascista di indiscussa professionalità e di fama internazionale; requisiti che corrispondevano esattamente ad Alvaro, che aveva accettato l’in carico ponendo come sola condizione rispetto del suo ruolo, libertà e autonomia professionale. Il punto da cui non si poteva prescindere, per il nuovo direttore, era il diritto della redazione di utilizzare per le notizie e i servizi fonti proprie, oltre a quelle istituzionali. Ma le pressioni del governo Bonomi, a cui il PWB aveva affidato il controllo della stampa, indussero Alvaro alle dimissioni ad appena tre settimane dalla nomina, in aperta polemica contro le prevaricazioni governative e del potere politico.

PWB stava per Psychological Warfare Branch, ed era il nome dell’ufficio anglo-americano che durante la Seconda guerra mondiale ebbe il compito di controllare il settore della stampa e propaganda nei Paesi di occupazione militare alleata.

L’esperienza al vertice del Giornale radio durò dall’1 al 23 marzo 1945.

La notizia delle dimissioni di Alvaro fu diffusa dall’ANSA il 24 marzo 1945 e resa nota da «Stampa Sera», giornale del pomeriggio che nell’edizione del giorno dopo pubblicò per intero la lettera indirizzata al Commissario governativo Luigi Rusca, che lo aveva nominato.

“Caro commissario, tu mi avevi invitato a dirigere un giornale radio indipendente, libero di informare il pubblico democraticamente, e che soltanto nei grandi problemi di interesse nazionale non agisse in contrasto col governo. Ho dovuto affrontare, nei pochi giorni del mio lavoro, inopportuni interventi che miravano a limitare o ad annullare proprio questa libertà di informazione. In ultimo poi, tu e uno dei nostri principali collaboratori, vi siete impegnati acché io ricevessi, ogni sabato, dall’Ufficio Stampa della Presidenza del Consiglio, indirizzi e suggerimenti di massima. Il nostro collaboratore, che da tempo sostiene la necessità di una radio priva di sue fonti di informazione autonome e limitate a quelle ufficiose ed ufficiali, ha posto la scelta fra lui, che gode della fiducia della Presidenza del Consiglio, e me, che ho solo le mie convinzioni in fatto di radio in regime di democrazia, cioè libere. Su di esse non posso transigere e perciò rinuncio all’incarico affidatomi dalla tua fiducia”.

Il collaboratore a cui Alvaro fa riferimento, senza nominarlo, era Paolo Treves, caporedattore del Giornale radio, nota voce di «Radio Londra», uomo di fiducia del governo Bonomi, che sarebbe diventato nelle elezioni politiche del 1948 deputato del Pci.

Se restano sconosciute le circostanze che indussero Alvaro a dimettersi, alcuni particolari, contestualizzati in quel momento politico, saranno raccontati anni dopo dallo storico Guido Crainz in una pubblicazione sulla storia di sessant’anni della radio (1924-1984): Le dimissioni di Alvaro sono un sasso nello stagno. È difficile dire quanti colgano appieno il suo messaggio. Certo è che i giornalisti della Rai si schierano subito con lui e votano un ordine del giorno in cui gli «esprimono la piena solidarietà» e difendono i principi da lui sostenuti, cioè «la necessità di una radio indipendente».

Successivamente gli stessi giornalisti impediscono di fatto che a sostituire Alvaro sia proprio Paolo Treves, che sosteneva le tesi opposte, e il tema dell’indipendenza del giornale radio è al centro di uno sciopero che si svolge di lì a poco alla Rai e che riguarda anche la nomina del consiglio d’amministrazione (per capirne l’importanza, si tenga conto che si svolge il 29 marzo 1945, quando la guerra è ancora in corso).

L’unico organo di partito che si schiera con Alvaro è «L’Italia libera», il giornale del Partito d’azione, che scrive: «Si fronteggiano due posizioni: l’una concepisce la radio come funzione di governo (“ufficiosa”), l’altra la concepisce come funzione pubblica che va al di là dell’interesse del governo e dei suoi organi responsabili. Va da sé che noi siamo per la seconda tesi». […]

Un altro giornale che, partendo dalla difesa di Alvaro, giunge a riflessioni più generali è «Epoca», il quotidiano romano che ha come direttore Leonida Répaci e come redattore capo Giacomo Debenedetti. Dopo vari articoli sull’argomento il giornale cosi conclude: «Gli spunti non mancano, come si vede, e si aggiunga che anche un documento firmato da intellettuali di diversa collocazione (liberali, socialisti e azionisti: Guido Calogero, Umberto Calosso, Aldo Garosci, Panfilo Gentile, Ignazio Silone, Lionello Venturi) insiste sull’importanza del pluralismo all’interno della Rai, sulla necessità che negli organi direttivi vi siano uomini realmente indipendenti e sulla “personalizzazione” dei giornalisti e dei collaboratori (antidoto a un’informazione radiofonica “ufficiale e anodina”).

Alvaro, secondo il suo stile di uomo fondamentalmente libero, si ribellò alle prevaricazioni del governo Bonomi nell’informazione Rai. Il suo fu un gesto clamoroso e coerente con le sue prece denti esperienze di editorialista a «Il Mondo» di Pannunzio e di direttore a «Il Popolo di Roma» durante i quarantacinque giorni del governo Badoglio, quando si schierò apertamente contro la censura preventiva del MinCulPop.

Sulle motivazioni delle dimissioni di Alvaro dal radiogiornale Rai, Enzo Forcella–giornalista e scrittore che ha lavorato a «Il Mondo» di Pannunzio, a «La Stampa» e a «Il Giorno», e che dal 1976 al 1986 ricoprì il ruolo di direttore di Rai Radio 3–tornerà anni dopo con un articolo pubblicato nel 1984 su «Il Messaggero»: Il controllo che Alvaro subiva da parte di Treves e Rusca era insopportabile. Rusca, il commissario, passa quotidianamente nel suo ufficio per controllare tutto ciò che va in onda. Un giorno gli censura una notizia sulla cifra che il governo potrebbe ricavare dalla confisca dei profitti di regime perché essa non proviene da fonti ufficiali e potrebbe alimentare lo scontento. Un altro giorno, sempre a proposito dei profitti di regime, blocca un’altra notizia proveniente da fonti ministeriali ma non gradita a uno dei partiti della coalizione.

Due anni dopo l’esperienza breve e infelice in Rai il 7 marzo 1947 Alvaro assume la direzione de «Il Risorgimento» di Napoli 60 ma anche questa nuova avventura durerà poco. Il 15 luglio, per un insanabile conflitto con l’editore-armatore Achille Lauro, che lo accusava di aver impresso al giornale un «accentuato orienta mento di sinistra», lo scrittore si dimette. Nei circoli letterari e politici in quell’occasione si parlò di «virata» a sinistra di Alvaro; più esplicitamente di un suo avvicinamento al Partito comunista, che con Togliatti segretario aveva cooptato buona parte degli intellettuali ed esponenti della cultura borghese di quel periodo. Nutrita fu la schiera degli «intellettuali organici» che militarono nel Pci: da Sibilla Aleramo a Vittorini, da Pratolini a Bilenchi e a Brancati. Sebben figurasse tra i letterati di maggior prestigio del panorama culturale nazionale–insieme a Quasimodo, a Saba, e a molti altri – che si schierarono con il Fronte popolare alle elezioni politiche del 1948, Alvaro non formalizzò mai la sua adesione al Pci. Anzi, un documento inedito, reso noto nel 2018 dal giornalista Roberto Festorazzi su «il Giornale», svela retro scena inediti del sofferto rapporto dello scrittore calabrese con il mondo comunista. In una lettera scritta nella casa di campagna a Vallerano, datata 5 agosto 1952 e inviata all’amico fiorentino, Alvaro scrive: E il tempo stringe, temo di averne perduto troppo, e dovrei concludere que sta vita azzardata anche nelle promesse […]. Aver chiuso clamorosamente un’esperienza di direttore d’un giornale di Napoli, con Lauro di cui non volli essere lo strumento dopo che ero andato per fare qualcosa in favore dei miei paesi, mi chiuse la strada della direzione di ben maggiori giornali, e fu anche questa una fortuna. Dopo molti errori in cui ho perduto tempo, denaro, e acquistata finalmente esperienza, mi ritrovo quello che ero, uno scrittore che non deve nulla a nessuno e da nessuno spera niente”.

C’è tutto questo ed altro ancora in “Corrado Alvaro e la lezione americana sull’Italia del Sud”. (Pino Nano)