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		<title>Roberto Pellicone &#8220;La mia vita in Polizia, 38 anni in prima linea&#8221;.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pino Nano]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 16 Sep 2026 14:38:41 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[La storia di Roberto Pellicone, figura iconica della Squadra Mobile di Reggio Calabria soprattutto ai tempi dei sequestri di persona.]]></description>
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<figure class="wp-block-image size-full is-resized"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="723" height="723" src="https://raisenior.it/wp-content/uploads/2026/09/image-3.jpg" alt="" class="wp-image-10894" style="aspect-ratio:1;width:578px;height:auto" srcset="https://raisenior.it/wp-content/uploads/2026/09/image-3.jpg 723w, https://raisenior.it/wp-content/uploads/2026/09/image-3-150x150-1.png 150w, https://raisenior.it/wp-content/uploads/2026/09/image-3-300x300.png 300w, https://raisenior.it/wp-content/uploads/2026/09/image-3-570x570-1.png 570w, https://raisenior.it/wp-content/uploads/2026/09/image-3-500x500-1.png 500w, https://raisenior.it/wp-content/uploads/2026/09/image-3-700x700.png 700w, https://raisenior.it/wp-content/uploads/2026/09/image-3-650x650-1.png 650w" sizes="(max-width: 723px) 100vw, 723px" /></figure>



<p class="wp-block-paragraph"><strong><em>Emozioni e ricordi, sono solo alcuni degli ingredienti di questo libro “La mia vita in polizia”, firmato dal questore Roberto Pellicone, che è nei fatti la storia più iconica della Squadra Mobile di Reggio Calabria e per lunghi anni guida carismatica e consulente di grande affidabilità per noi croniti che allora battevamo l&#8217;Aspromonte per raccontare in RAI l&#8217;Anonimma Sequestri.</em></strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">&#8220;<em>Posso dire di avere avuto la fortuna di dirigere a Reggio colleghi straordinari. Ho certamente dato la mia impronta, ma è stato tutto molto semplice perché ho trovato professionisti preparati, una squadra efficiente e colleghi che considero dei fuoriclasse. Gran parte dei risultati ottenuti appartiene a loro</em>&#8220;.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sta tutta qui la classe dell’uomo di Stato, il Questore Roberto Pellicone, dell’uomo- poliziotto che ha sacrificato tutta la sua vita sull’altare del dovere e del servizio, e che nel momento finale della sua carriera straordinaria, prima di lasciare la Polizia di Stato e andare in pensione per raggiunti limiti di età rimette mano ai diari conservati in tutti questi anni per ridare unità alla sua vita di instancabile e coraggioso servitore del Paese tra Reggio Calabria, lo Zomaro, Pietra Kappa e il resto d’Italia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">“Dietro ogni divisa – sorride <strong>Roberto Pellicone-</strong> c’è un uomo, e dietro ogni indagine, c’è un’emozione. La mia vita in Polizia non è semplicemente un libro di memorie, ma un diario di viaggio molto più intimo e potente”.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="alignleft size-full"><img decoding="async" width="469" height="703" src="https://raisenior.it/wp-content/uploads/2026/09/image-58.png" alt="" class="wp-image-10899" srcset="https://raisenior.it/wp-content/uploads/2026/09/image-58.png 469w, https://raisenior.it/wp-content/uploads/2026/09/image-58-200x300.png 200w" sizes="(max-width: 469px) 100vw, 469px" /></figure>
</div>


<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il Questore Roberto Pellicone ripercorre in questo libro trentotto anni di carriera vissuti intensamente al servizio dello Stato</strong>, offrendo al lettore uno spaccato autentico e senza filtri della vita di un poliziotto che conosce la Calabria come le sue tasche, che ama Reggio Calabria più di ogni altra cosa al mondo, che ha vissuto anni di inseguimenti e di battute in Aspromonte, negli anni forse più bui di quella che era la Calabria dei sequestri di persona, passando a muso duro per le altrettante numerose inchieste nei confronti dei massimi esponenti della criminalità organizzata calabrese.</p>



<p class="wp-block-paragraph">“<em>Questo mio diario di viaggio &#8211;</em><strong>sottolinea il questore-</strong><em> è dedicato a mio Padre, Deny, un uomo straordinario che tanto ha dato alla Polizia di Stato, ma anche a tutti coloro che, assieme a me, hanno condiviso questo meraviglioso percorso. Così come un pensiero non può non andare a chi in questi anni purtroppo ci ha lasciati, perché ritengo sia di fondamentale importanza avere sempre cura del ricordo</em>”.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Dai rastrellamenti in Aspromonte, alla gestione dell&#8217;ordine pubblico, fino a giungere ai vertici delle Questure italiane. Questo libro non è altro che un viaggio a ritroso nel tempo, tra forti emozioni, adrenalina e una profonda nostalgia per le amicizie nate lungo la strada. </strong>Un racconto sincero di chi ha dedicato la propria vita per qualcosa in cui ha creduto fermamente: la giustizia, la trasparenza, il rigore morale, la legalità. Ma è soprattutto un modo per dire &#8220;grazie&#8221; a tutti coloro che hanno condiviso questo straordinario percorso di difesa dello Stato”.</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Dottore, da dove vogliamo partire?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">“<em>Da quello che troverà in queste pagine. Il mio, mi creda, è un viaggio nel corso del quale ho affrontato innumerevoli sacrifici, primo tra tutti il tempo sottratto, mio malgrado, alle persone care. Negli anni sono stato assorbito dalle costanti emergenze che connotano questa mia professione, questo è un mestiere che ti impegna in modo totalizzante, e massima è stata anche la mia attenzione per compensare le mie assenze in famiglia. Ma questo è anche un viaggio introspettivo, che si insinua nella mia parte più intima, mettendo in luce non solo i traguardi raggiunti ma anche le mie fragilità, le imperfezioni, gli errori commessi</em>.”.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Questo di Roberto Pellicone è un viaggio nel cuore della Polizia di Stato ed è anche </strong>“una straordinaria dichiarazione d&#8217;amore ai suoi uomini &#8211; avverte Roberto Pellicone- ma come uomo-poliziotto – aggiunge- la mia è una vicenda molto simile alla storia di tanti altri poliziotti come me che tutti i giorni in Italia difendono l&#8217;ordine pubblico e la democrazia”.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Dottore, credo che la sua vita sia stata sempre anche a diretto contatto di gomito con i cronisti che ha incontrato via via lungo la sua strada?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">“<em>Direi tanti, è vero. Molti i cronisti di razza, e con cui abbiamo condiviso intere nottate. Tra i tanti mi piace ricordare Saro Lombardo, Pietro Melia, Carlo Macrì, Gregorio Corigliano, Riccardo Giacoia, Filippo Diano, Piero Gaeta, Loredana Nicolò, gli indimenticabili Franco Calabrò e Michele Albanese,  Ezio De Domenico, Mario Meliadò, Rosario Cananzi, il compianto Pino Anfuso, Adriana Sapone, Paolo Toscano, Lucio Musolino, Giuseppe Toscano, Consolato Caccamo, Klaus Davi, Fabio Papalia, Consolato Minniti che in un suo generoso post un giorno ebbe a scrivere: “Quando i poliziotti valgono davvero per professionalità e qualità umane, i risultati prima o poi arrivano. Il caro amico Roberto incarna perfettamente il prototipo del Questore. A lui va il mio augurio per questa nuova sfida</em>. <em>E poi c&#8217;era lei con le sue troupe della RAI, pensava me lo fossi dimenticato?”.</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Ma l’occasione fa l’uomo ladro, dice un vecchio proverbio, e così è capitato anche a lui, che un giorno si innamora perdutamente di una giovane e bellissima cronista reggina, Giusy Utano.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">&#8220;<em>È vero, con lei negli ultimi anni, ho condiviso una parte importante non solo della mia vita professionale ma soprattutto della mia vita personale. Ci conoscemmo quando ero dirigente della Digos; tante le manifestazioni di piazza condivise come semplici amici, giornalista lei, sbirro io, dai “fatti di Rosarno” alla “demolizione del 208”, al sequestro di alcuni bambini all’interno di un asilo e tanto altro. Giusy, peraltro, è stata da me coinvolta in più occasioni, suo malgrado, anche in attività operative”.</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Ma tutta la sua vita di poliziotto è stata una interminabile battuta tra i monti a caccia di latitanti in Aspromonte.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">“<em>Sveglia alle tre del mattino, concentramento con tutti gli altri generalmente alle 4 del mattino, verifica del materiale da portare al seguito, oltre alle armi, bussole e cartine (a quei tempi non avevamo i cellulari e google-maps, purtroppo), e si partiva a bordo delle “Campagnole” e dei “Magnum”. Allora la Jonio-Tirreno ancora non esisteva, noi percorrevamo la statale 106 per arrivare all’alba all’obiettivo prefissato. E ricordo che la zona del Monte Cappa era quella maggiormente battuta, anche con l’ausilio degli elicotteri che sorvolavano dall’alto zone talvolta impenetrabili. Ricordo, in particolare, gli interminabili rastrellamenti alla ricerca di Cesare Casella, sequestrato dalla ‘ndrangheta in quegli anni. Un ragazzo di soli 19 anni rapito a Pavia il 18 gennaio 1988 e rilasciato in Aspromonte dopo ben 742 giorni</em>”.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Anni pesantissimi e duri per la Calabria, dove la Ndrangheta aveva deciso di usare i proventi dei sequestri di persona da reinvestire nel traffico della droga.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">“<em>In Aspromonte noi avevamo il compito, estremamente faticoso, di perlustrare in maniera minuziosa le zone impervie dove si riteneva potesse essere tenuto prigioniero il sequestrato. Più di una volta alcuni di noi durante i rastrellamenti si ferirono e in alcune occasioni fu addirittura necessario l’intervento dell’elicottero per recuperare qualche collega precipitato in uno dei tanti valloni che caratterizzano la montagna Aspromontana. Si lavorava senza sosta, in stretta sinergia col N.A.P.S. (Nucleo Antisequestri della Polizia di Stato) con cui abbiamo battuto palmo a palmo anche le zone più inaccessibili, cercando di rendere la vita difficile ai sequestratori</em>”.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Dal racconto che ce ne fa oggi il questore Roberto Pellicone vengono fuori -a distanza di almeno 30 anni da allora- dettagli e particolari che nessuno di noi, che allora bazzicavamo quella montagna, ha mai conosciuto.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">“<em>Indimenticabile fu anche l’esperienza vissuta ad Abbasanta, in Sardegna, dove nel 1990 frequentai il Corso Antisequestro Eliportato che mi permise di apprendere le tecniche per muovermi e fare irruzione in zone impervie, potenziali teatri di sequestri di persona. Estenuanti le attività di addestramento coordinate dall’inflessibile collega Pietro De Rosa che da buon campano, con il suo inconfondibile savoir faire, tra una battuta e l’altra, in dialetto salernitano, ci “costringeva” a faticosissime “battute” (quelle vere) nelle torride campagne sarde</em>”.</p>



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<h2 class="wp-block-heading"><strong>Perché leggere questo libro?</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Perchè leggendolo scopri la complessa realtà investigativa italiana raccontata questa volta da chi l&#8217;ha vissuta in prima persona. Storie di legalità, dai servizi antiracket alle indagini sulla criminalità organizzata calabrese, fino alle delicate attività antiterrorismo. E poi, il fattore umano. Oltre ai fatti di cronaca, emerge l&#8217;uomo aldilà del ruolo istituzionale, con le sue emozioni, le sue sfide e i suoi valori. Dopo l’Aspromonte e i sequestri di persona, dopo Abbasanta e le campagne di Orgosolo, Roberto Pellicone torna sul “continente” per essere spedito poi a Bari dove intanto stanno arrivando migliaia di immigrati.</p>



<figure class="wp-block-image size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="832" height="420" src="https://raisenior.it/wp-content/uploads/2026/09/image-57.png" alt="" class="wp-image-10896" style="aspect-ratio:1.9821428571428572;width:666px;height:auto" srcset="https://raisenior.it/wp-content/uploads/2026/09/image-57.png 832w, https://raisenior.it/wp-content/uploads/2026/09/image-57-300x151.png 300w, https://raisenior.it/wp-content/uploads/2026/09/image-57-767x387.png 767w, https://raisenior.it/wp-content/uploads/2026/09/image-57-699x353.png 699w" sizes="auto, (max-width: 832px) 100vw, 832px" /></figure>



<p class="wp-block-paragraph">“<em>Indimenticabile quell’operazione a legata allo sbarco a Bari di diverse decine di migliaia di albanesi. L’emergenza fu talmente improvvisa che fummo costretti a partire (eravamo circa un centinaio solo dal XII Reparto Mobile) nel volgere di qualche ora. Il personale aggregato da tutta Italia era talmente numeroso che fummo alloggiati addirittura a Lecce.  Arrivati al porto di Bari, ai nostri occhi si presentò una scena che definirei apocalittica. Erano oltre ventimila: negli occhi di quella povera gente si poteva leggere soltanto terrore, fame e disperazione. Vennero accolti, sfamati e gli fu data una prima provvisoria sistemazione all’interno dello stadio “Della Vittoria”. Che fosse un presagio? Per molti di loro, infatti, l’Italia ma soprattutto la Puglia, ha rappresentato un’occasione di riscatto; tantissimi gli albanesi che sono riusciti a integrarsi perfettamente nel “nostro” territorio capace di accoglierli con generosità</em>”.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="698" height="285" src="https://raisenior.it/wp-content/uploads/2026/09/image-60.png" alt="" class="wp-image-10901" srcset="https://raisenior.it/wp-content/uploads/2026/09/image-60.png 698w, https://raisenior.it/wp-content/uploads/2026/09/image-60-300x122.png 300w" sizes="auto, (max-width: 698px) 100vw, 698px" /></figure>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Dottore, ma quale è oggi il suo ricordo più bello e direi anche più forte?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">“<em>Direi la mia prima perquisizione. La effettuai su disposizione del Commissariato di Condofuri. Non stavo nella pelle, non solo perché era la mia prima perquisizione, ma soprattutto perché a dirigere il Commissariato era mio padre. Quella mattina mi presentai a lui per ricevere direttive e che lui mi impartì col suo solito garbato “paterno” modo di fare che lo ha sempre contraddistinto. Ovviamente mi congedò con un “mi raccomando”, affermazione che in due parole racchiude un mondo</em>”.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Come andò a finire?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">“<em>L’abitazione che era oggetto delle nostre attenzioni investigative era spoglia. Ad accoglierci una signora vestita di nero dall’apparente età di settant’anni. Che appena ci vide cominciò a innervosirsi e ad avere, come spesso accadeva in questi casi, un “mancamento”. “Mi sentu maaaaali…chiamati u meeeeeeericu!” Questa era la cantilena che iniziò a ripetere ossessivamente mentre si allontanava in direzione della stanza da letto, anche perché aveva l’urgente necessità, a suo dire, di cambiarsi d’abito. Io le misi subito alle calcagna una collega</em>&#8220;.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Non si fidava di lei?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">“<em>Pur essendo io alle prime armi, il suo atteggiamento ovviamente mi insospettì. Per citare un’espressione di andreottiana memoria, “A pensar male talvolta si fa peccato, ma spesso ci si azzecca”. E infatti, improvvisamente, con un gesto fulmineo degno di una Clint Eastwood al femminile, condito con la precisione di una mossa alla Chuck Norris, l’anziana donna impugnò non una… colt, ma una 7,65 che era nascosta sotto un materasso. Nel giro di qualche istante, tutti noi, circa 7 o 8 persone, come in una &#8220;mischia rugbistica&#8221;, ci catapultammo su di lei per bloccarle la mano</em>”.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Perché sorride?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">“&#8221;<em>Perché era una scena grottesca che dimostra come in questo mestiere non si debba mai abbassare la guardia. Le preoccupazioni di mio padre, infatti, racchiuse quella mattina in un semplice “mi raccomando” non erano altro che il frutto della sua lunga esperienza in Polizia che gli consentivano di vedere oltre</em>&#8220;.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Dottore e quale è stato il giorno più triste della sua vita da poliziotto?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">“<em>La morte di mio padre, da tutti conosciuto come Deny, indubbiamente, ha lasciato in me una traccia indelebile; devastante, e più della sua morte, fu la notizia del suo male. Ricordo ancora nitidamente lo tsunami che mi attraversò come una scarica elettrica, quando il medico mi comunicò l’esito della risonanza magnetica che aveva emesso una sentenza inappellabile: glioblastoma. Aveva un cancro al cervello di otto centimetri. Non nascondo che, salito in macchina per riaccompagnare i miei genitori al termine dell’esame, riuscii solo in parte a contenere il dolore che mi era esploso dentro, “coperto” dal buio della sera e dalla pioggia incessante che ci accompagnò per tutto il tragitto. Il successivo disperato intervento chirurgico effettuato all’ospedale di Padova spense ogni speranza e lui se ne andò nel volgere di qualche mese</em>”.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Cosa le ha lasciato?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">“&#8221;<em>Devo tanto a mio Padre; mi ha trasmesso i valori della legalità, della giustizia, del rispetto verso il prossimo: valori che ho assimilato nel tempo osservando semplicemente il suo comportamento. Di una bontà unica, con una passione sconfinata per la pesca e per la musica jazz</em>&#8220;.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Come, musica jazz?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">“<em>Si, praticamente, sono cresciuto a pane e jazz. Lui l’ascoltava tanta musica jazz, e ce la faceva ascoltare costantemente, senza che, anche volendo, potessimo sottrarci. Ho imparato, grazie a Lui, che immergersi tra le sonorità di un brano di jazz, in compagnia, eventualmente di un sorso di grappa barricata e di un buon sigaro, può riconciliarti col mondo. Non so se “la bellezza salverà il mondo” come sosteneva Dostoevskij, ritengo, però, che la bellezza delle persone, e mi riferisco ovviamente a quella interiore, e la bellezza di tutto ciò che ci circonda sia il propellente della nostra vita. Bisogna avere la capacità di fermarsi, di tanto in tanto, e concedersi la possibilità di apprezzare tutte le infinite sfumature che la vita è in grado di offrire</em>”.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>So che nella sua vita c’è anche tanta Sicilia?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">“<em>I miei primi 25 anni li ho vissuti in Sicilia, tra Messina e Milazzo, città nella quale trascorrevo le mie indimenticabili estati. Qui nacquero i primi amori e le prime vere amicizie. Quella con Mariano Mazzeo credo sia stata la più importante della mia giovinezza: avevo 16 anni quando ci conoscemmo. In quel periodo, con la sua complicità, realizzai uno dei miei primi sogni, acquistai con i miei sudati risparmi una Vespa 50…ovviamente usata che, non me ne vogliano i colleghi della “stradale”, ovviamente… feci “truccare” appena ne ebbi la possibilità. La Vespa mi diede la possibilità di assaporare per la prima volta il profumo della libertà. Tante le scorribande in giro nei dintorni di Milazzo.  Spesso la domenica, assieme a Mariano, ci avventuravamo lungo un torrente dalle parti di Pace del Mela; una strada sterrata che si diceva unisse il Tirreno allo Jonio. Era un’immersione nella natura e nelle tradizioni un po’ arcaiche della Sicilia d’un tempo. Capitava, infatti, di incontrare alcune donne, che sembravano attrici di un film in bianco e nero, intente a lavare i panni che venivano strofinati energicamente sui massi bagnati dalle acque gelide del torrente. Questi gesti erano accompagnati da canti a squarciagola che, probabilmente, alleviavano le loro fatiche</em>”.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Da qualche parte ho visto anche una sua foto davanti al pianoforte da bambino?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">“<em>Le racconto la verità. Mio padre Deny suonava splendidamente il pianoforte a orecchio e gli sarebbe piaciuto studiare la musica, cosa che fece per un po&#8217; quando andò in pensione. Ma fu questo il vero motivo per cui mi spinse me ad “entrare” al Conservatorio di Messina</em>”.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>E lei come reagì?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">“<em>Francamente lo feci un po’ a malincuore. Anch’io amavo e amo suonare a orecchio. Ma non dimenticherò mai gli esami di ammissione al “Corelli”.Mi presentai un po&#8217; spaesato e, quando dissi alla commissione che non avevo mai visto uno spartito, mi guardarono un po&#8217; allibiti e mi invitarono a fargli ascoltare qualcosa. Con una faccia tosta degna di un musicista navigato, avevo allora 13 o 14 anni, mi esibii in un boogie woogie&#8221;.</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Come andò a finire?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">“<em>Inizialmente i professori mi osservarono con aria perplessa. Poi invece, dopo qualche minuto, si misero addirittura a ballare. Era fatta! Devo ammettere, però, che la musica classica non faceva per me. Arrivato al quinto anno mollai il Conservatorio e iniziai a studiare la musica che più di tutte mi appassionava: il jazz, iscrivendomi al Club del Jazz di Messina. Ricordo che iniziavamo le lezioni di gruppo verso le sette di sera e arrivati alle nove, spesso “finiva a spaghettata”. Poi si ricominciava a suonare. Rientravo a casa non prima dell’una di notte, ma ero talmente eccitato per quanto avevo appreso durante la lezione, che non potevo fare a meno di sedermi al pianoforte</em>&#8220;<em>.</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>E’ vero che incominciò a suonare anche in pubblico?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">“<em>Ricordo come fosse ieri le mie prime esibizioni. A Milazzo ebbi il coraggio di fare “piano bar”…la mia…prima volta al “Sayonara”, un campeggio che a quel tempo era molto in voga. Poi il primo ”vero e proprio” concerto, con un gruppo di tutto rispetto, all’Università di Messina. In quel periodo, per dare concretezza alla mia vena compositiva, mi iscrissi anche alla SIAE e, negli anni, ebbi anche la sfrontatezza di realizzare un CD, intitolato “Orizzonti”, assieme al mio amico Alfredo D’Agostino. E a coloro che fossero desiderosi di averne in esclusiva una copia, mi duole dire che è sold out!” La passione per la musica ha lambito poi anche mia sorella Maria Antonietta, e ricordo che all’età di cinque anni partecipò, cavandosela anche bene, alle selezioni per lo Zecchino D’oro. In quella occasione, pur essendo io molto timido, per farle coraggio fui costretto a salire con lei sul palco del teatro dove si esibiva</em>”.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Che infanzia è stata la sua a Reggio?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">“<em>In estate, la nostra meta era Pellaro, dove i genitori di mio padre avevano costruito una casetta sul mare. Momenti felici che però avevano un prezzo, le ferree regole imposte da mia nonna Titina, una delle prime insegnanti di allora.  Ricordo che per per guadagnarmi l’agognato bagno quotidiano in mare dovevo, nell’ordine: fare colazione, studiare almeno un paio d’ore, terminate le quali mi veniva anche “caldamente consigliato” di leggere qualche pagina di un libro che mi era stato regalato, il libro in questione era “Il Mago di Oz”, e poi, finalmente, ero autorizzato ad andare in acqua. Bastava aprire il cancello che dava sul retro della casa per essere rapito dalla bellezza struggente del mare</em>”.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il suo amore per Reggio Calabria non ha mai conosciuto pause o crisi?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">“<em>Reggio è il luogo che, di fatto, mi ha adottato, città alla quale sono fortemente legato e dove ho scelto di vivere, nonostante le tante contraddizioni che purtroppo la caratterizzano. Accarezzata dal mare, è uno scrigno ricco di tesori spesso poco apprezzati, soprattutto da chi ci abita. È difficile non rimanere folgorato dalla bellezza della terra calabra, dalle sfumature cromatiche dei suoi paesaggi che ti catturano inesorabilmente, dallo spettacolo unico che si può ammirare dal lungomare di Reggio adornato da maestosi alberi di magnolie. Per non parlare delle incantevoli viuzze di Chianalea a Scilla, che si affacciano sul mare, e che regalano scorci dal fascino incomparabile. Ma ha idea lei di cosa siano oggi i borghi di Pentidattilo, Bova Superiore, Gallicianò; e poi San Luca, Africo, Natile? Mi creda, sono paesi e realtà in cui il tempo sembra essersi fermato, a volte, purtroppo anche, in tutti i sensi</em>”.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il giorno più bello che oggi la lega a Reggio Calabria?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">“<em>Provai una gioia incontenibile la mattina in cui ero finalmente approdato alla mitica squadra mobile di Reggio Calabria. All’inizio mi sentivo un po’ spaesato, ma in breve tempo riuscii a integrarmi perfettamente bene. Non ci si fermava un attimo, accadeva sempre qualcosa ed eravamo sempre in allerta per far fronte alle continue emergenze che questa città, molto effervescente, ci riserva da sempre</em>”.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Che anni erano?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">“<em>Eravamo nel 1991, nell’ultimo periodo della seconda guerra di mafia che ha causato oltre 700 morti. Ricordo che era prassi veder circolare i pregiudicati di maggior spessore criminale a bordo di macchine blindate, sintomo inequivocabile della situazione che si viveva a Reggio Calabria. Quello straordinario arco temporale, durato circa 10 anni, fu caratterizzato da un susseguirsi costante di arresti e di operazioni, frutto di un lavoro di squadra; una squadra variegata, ben amalgamata che ha lavorato incessantemente per anni, in un clima straordinario, senza badare agli orari. Capo della Mobile era Filippo Nicastro.”</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Come si impara il mestiere del poliziotto?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">“<em>Osservando “gli anziani”. Io ho imparato dai più vecchi i rudimenti di questa professione, cercando giorno per giorno di comprendere come muovermi in un ambiente completamente nuovo. Come sosteneva Socrate: “So di non sapere”. Dunque, aprirsi alle idee e alle esperienze altrui, abbracciare il dubbio è stato uno dei cardini del mio modus operandi per cercare di crescere giorno per giorno. Tanti i “senatori” che hanno fatto la storia della Squadra Mobile a Reggio, tra questi ricordo Giuseppe La Barbera, Ciccio Palma, Nino Dell’Arte, Pippo Nicolosi, Enzo Scandaliato, Mario Trovato</em>”.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Una delle sue prime inchieste?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">&#8220;<em>A pochi mesi dal mio insediamento alla sezione Antirapina mi capita per le mani quello che i media definirono il “furto del secolo”? Venne svaligiato il caveau della BNL. Il Capo della Mobile, Mario Blasco, senza pensarci un attimo, mi affidò le indagini; mi presentò immediatamente al PM che coordinava l’attività investigativa,Giuseppe Creazzo, brillante e preparatissimo magistrato, con cui diventammo poi amici. Ricordo nitidamente le sensazioni provate nel momento in cui entrai nel caveau: decine e decine le cassette di sicurezza divelte e scaraventate a terra</em>”.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Come finì l’inchiesta?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">“<em>All’inizio andammo un po’ alla cieca. Visionammo ore e ore di videoregistrazioni effettuate all&#8217;interno della banca al fine di trarre qualche spunto; acquisimmo centinaia di tabulati che a quei tempi si analizzavano manualmente. Eseguimmo perquisizioni e avviammo intercettazioni nei confronti di alcuni impiegati sospetti. L’unico dato inconfutabile, infatti, era rappresentato dalla presenza di una talpa all’interno della banca. Passo dopo passo, furono individuate le presunte “menti” del gruppo. Erano 3 foggiani che, grazie agli elementi verosimilmente forniti da un dipendente della BNL, erano riusciti ad organizzare nei minimi particolari il colpo miliardario, per il quale nonostante gli innumerevoli e, a mio modo di vedere, inconfutabili, indizi raccolti, purtroppo non vennero successivamente condannati. Attraverso il quadro indiziario compendiato in centinaia di pagine di informativa, estremamente particolareggiato, ricostruimmo minuziosamente i movimenti e i collegamenti tra i diversi componenti del gruppo”</em>.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Di quanta violenza è stato testimone?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">“<em>Forse troppa, un cancro sociale infinito. In particolare, una mattina d’estate del 1997, ricordo lo scenario agghiacciante che si presentò ai miei occhi appena giunto a Gioiosa Jonica dove mi ero precipitato. Immagini potenti, anzi “prepotenti”. C’era stato un attentato, vittima un imprenditore: un’autobomba aveva letteralmente dilaniato il suo corpo. Di lui era rimasta solo una gamba, tranciata di netto al momento della deflagrazione, mentre il resto era stato spazzato via in mille pezzi, catapultati sino al quarto piano del palazzo dove abitava. Brandelli di carne e di materia cerebrale sparsi ovunque.  Strazianti le grida di dolore della moglie che si infrangevano, rimbombando tra le mura dei palazzi circostanti</em>”.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Come se ne esce dottore?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">“<em>Quando si comprenderà fino in fondo che la ‘ndrangheta, subdola, camaleontica, capace di trasformarsi e adeguarsi ai cambiamenti, prima di essere un fenomeno criminale, è soprattutto un fenomeno sociale alimentato principalmente dall’apatia, dall’indifferenza e dalla rassegnazione della gente, solo allora forse potremo fare significativi passi in avanti. Quando tra i cittadini comincerà a farsi largo l’indignazione, che induca ciascuno di noi a compiere azioni concrete, potrà forse cambiare qualcosa.  Purtroppo, ‘ndrangheta è, prima di ogni cosa, un modo di pensare, un modo di vivere, difficile da scardinar</em>e”.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Mille vite anche innocenti, dottore?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">“<em>Chi delinque li chiama “danni collaterali”. Tra le tante vittime innocenti di questi anni vorrei ricordare la storia di di Gianluca Canonico, un bambino di 10 anni che, era l’otto luglio del 1985, durante uno scontro tra teppisti, mentre giocava tranquillamente davanti casa, a Reggio, venne raggiunto da un proiettile che gli spappolò il cervello. Un colpo di pistola in un attimo ha rubato i suoi sogni</em>”.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Ci si fa l’abitudine?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">“<em>Durante la mia lunga permanenza in Calabria, di persone che hanno tragicamente perso la vita, purtroppo ne ho viste veramente tante. Il cadavere che più di tutti mi ha impressionato è stato quello di un ragazzo di 17 anni suicidatosi nel garage sotto casa, utilizzando un fucile.  Esanime, circondato da una pozza di sangue, il viso parzialmente deturpato e il cervello sparso ovunque. Mi sono sempre domandato cosa potesse aver spinto un ragazzo nel pieno della vita a compiere un gesto estremo come quello. Ma ciò che più di ogni altra cosa mi turbò, fu il modus operandi del medico legale che, per sgombrare il campo da eventuali dubbi sulla dinamica dei fatti, ovviamente il padre non era presente, prelevò un cacciavite e lo introdusse, dall’alto verso il basso, nella cavità che il colpo di fucile aveva prodotto. Il cacciavite ricomparve sotto il mento, punto in cui il ragazzo aveva collocato la canna del fucile per porre fine alla propria giovane vita. Inqualificabile l’atteggiamento distaccato, oserei dire gelido del medico che si comportò come se il destinatario delle sue azioni fosse un oggetto qualsiasi</em>”.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Ricorda qualche altro delitto di mafia in città?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">“<em>Erano circa le ventuno e trenta del 16 dicembre 1996. Un ragazzo di vent’anni, Giuseppe Labella, venditore ambulante di alberi di Natale, nonostante le pressioni ricevute, aveva “osato” proseguire il proprio lavoro, nel quartiere San Paolo a qualche decina di metri da chi, invece, riteneva di avere il monopolio in quella zona. Cinque colpi di 7,65 gli furono fatali. Unica consolazione fu l’esito delle indagini che ci permise di individuare i responsabili dell’omicidio e delle pressioni estorsive che soprattutto in quel periodo non risparmiavano praticamente nessuno”</em>.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Quanti incontri importanti nel corso della sua attività professionale?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">“<em>Tanti. Ho incrociato Prefetti di grande caratura morale e professionale tra cui Luigi De Sena, Franco Musolino, Massimo Mariani, Maria Grazia Nicolò. Ho lavorato con autorevolissimi magistrati come Roberto Pennisi, Alberto Cisterna, Roberto di Palma, Francesco Mollace, Nicola Gratteri. Alla Mobile, ho avuto l’onore di incontrare lungo il mio percorso dirigenti come Enzo Speranza, Mario Blasco, Filippo Nicastro e ho condiviso quegli anni con molti colleghi. Tra i tanti Massimo Di Bernardini, Pino Cannizzaro, decine e decine le operazioni, soprattutto antidroga, portate a termine in quegli anni, Marco Giambra: segugio ineguagliabile. Non è facile calcolare il numero di latitanti arrestati in quel periodo. Un periodo straordinario in cui tra i dirigenti di sezione c’era una sana, spietata ma, quasi sempre, corretta…concorrenza. Ma come dimenticare il poliedrico Questore Franco Malvano? O il grande Enzo Montemagno, all’epoca Vicario e “braccio destro” del questore Enzo Speranza, o Santi Giuffrè, Questore competente, determinato, dal piglio deciso che nel suo discorso di insediamento sentenziò: “Ricordate che non ho bisogno del vostro consenso, non devo fare il Sindaco…”. Il messaggio era chiaro</em>&#8220;.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Come era lavorare con Nicola Gratteri?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">“<em>Vuole la verità? Con Nicola Gratteri, il cui curriculum credo parli da solo, non era semplice trovare un attimo per discutere delle indagini in corso. Un giorno lo chiamai, mi rispose col suo classico: “Dottore ditemi …”. Gli dissi che avevo necessità di parlargli. Lo raggiunsi nel suo ufficio; mi ero appena seduto, quando improvvisamente gli arrivò una chiamata. Scattò immediatamente in piedi. Doveva uscire urgentemente e mi disse di seguirlo a bordo della sua autovettura. Iniziammo a parlare delle indagini mentre, in sirena, guidava l’auto blindata con al seguito le auto di scorta. Ultimata la conversazione, frenetica ma fruttuosa, accostò improvvisamente e mi invitò a scendere dall’auto. Fortunatamente venni preso al volo dal mio autista che, saggiamente, aveva seguito il corteo di auto”</em>.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Ma lei ha lavorato anche con Nicola Calipari?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">“<em>Nicola Calipari lo conobbi quando era dirigente della mobile di Roma. Nonostante non avessi fissato un appuntamento, e fossi un semplice Commissario Capo, mi accolse nel suo ufficio immediatamente senza farmi aspettare un attimo. Mi colpì la sua espressione apparentemente austera. Era solo apparenza: mi mise subito a mio agio, mi disse di dargli del tu nonostante la distanza siderale che ci divideva. Ricordo che parlammo lungamente di Reggio Calabria, lui era reggino doc, e dei problemi che la affliggevano. La sua pluriennale esperienza e il suo elevato spessore professionale gli consentirono di entrare a far parte del SISMI. Purtroppo, come ben sappiamo, sacrificò la propria vita per salvare quella della giornalista Giuliana Sgrena, sequestrata in Iraq nel 2005 da parte di un gruppo armato iracheno. Il “fuoco amico” statunitense colpì l&#8217;auto sulla quale viaggiavano entrambi, dopo la liberazione dell’ostaggio. Purtroppo, uno dei tanti eroi caduti nell’adempimento del proprio dovere</em>”.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong><img loading="lazy" decoding="async" width="678" height="511" src="blob:https://raisenior.it/385271ae-7cfa-46aa-a960-4d8a3519d434"></strong></p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>L’autore</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph"><strong><em>Roberto Pellicone, laureato in Giurisprudenza presso l&#8217;Università degli studi di Messina, si arruola nella Polizia di Stato nel 1988. Inizia la sua carriera al Reparto Mobile di Reggio Calabria, impegnato nei rastrellamenti antisequestro in Aspromonte. Per dieci anni lavora alla Squadra Mobile della stessa città come Vice Dirigente e capo della Sezione Antiracket, coordinando storiche indagini contro la criminalità organizzata. Dopo aver guidato la D.I.G.O.S. di Reggio Calabria per nove anni, ricopre il ruolo di Vice Questore Vicario a Crotone e Reggio Calabria. Specializzato con l&#8217;FBI in attività di negoziazione in occasione di presa di ostaggi a Budapest, ha servito il Paese come Questore di Isernia, di Barletta-Andria-Trani (di cui ha coordinato l&#8217;istituzione) e di Siracusa. Per i suoi meriti di servizio, è stato insignito dei titoli di Cavaliere e Commendatore al Merito della Repubblica Italiana.</em></strong></p>
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