2 Giugno 2026
Enzo Romeo,dalle cronache Vaticane alle poesie di Cesare Pavese
Nella luce improvvisa (che è il titolo dell’ultimo saggio dl vaticanista del TG2 Enzo Romeo) è anche il verso di una delle poesie raccolte in questo libro, scritte da Cesare Pavese a Brancaleone, il paese in cui dal 4 agosto 1935 al 15 marzo 1936 il regime fascista lo inviò a scontare la condanna al confino. Qui trovò ancora vive le radici dell’antica cultura greca, da lui tanto amata, e scoprì il chiarore abbagliante della Calabria jonica, col sole che emerge dal mare.
Una luce insieme spietata e tenera, capace di penetrare e trasformare ogni cosa: la sofferenza e l’amore, la vita e la morte. Quella morte che Pavese si diede a Torino, quattordici anni dopo – ci ricorda Enzo Romeo– con sedici bustine di sonnifero. Sedici, come le sue liriche “calabresi”, che considerava «le più belle del mazzo».
Il titolo di questo volume, Nella luce improvvisa, -precisa il vaticanista del TG2 nella sua prefazione- è tratto da una lirica scritta da Pavese nel settembre del 1935. Una delle sedici composte a Brancaleone, dove scontò il confino politico dal 4 agosto 1935 al 15 marzo 1936. Nel primo mese di soggiorno, iniziato quando l’estate era quasi al suo apogeo, il poeta e scrittore aveva scoperto la luce abbagliante della Calabria, in particolare quella della costa orientale, che ogni mattina vede sorgere il sole dal mare. Una luce insieme spietata e tenera, capace di penetrare e trasformare ogni cosa: la sofferenza e l’amore, la vita e la morte. Come suggerisce la poesia, dal «silenzio remoto» si produce «l’incanto»”.

Il racconto che Cesare Pavese fa della Calabria e della gente di Calabria è dir poco commovente: «La gente di questi paesi è di un tatto e di una cortesia che hanno una sola spiegazione: qui una volta la civiltà era greca. Persino le donne che, a vedermi disteso in un campo come morto, dicono “Este u’ confinatu”, lo fanno con una tale cadenza ellenica che io mi immagino di essere Ibico. Sarebbe di una grande poesia mostrare il dio incarnato in questo luogo, con tutte le allusioni d’immagini che simile tratto consentirebbe. Le case abbagliate traspaiono nel vapore azzurrino e il silenzio remoto che stringeva il respiro al passante è fiorito nella luce improvvisa. Quando un uomo scrive le più belle poesie del secolo, il calvario ha da essere più lungo».
In questo suo nuovo saggio Enzo Romeo ricorda come le prime pagine del diario di Pavese, iniziato il 6 ottobre 1935, dicono del valore attribuito dall’autore alle poesie “confinarie”. “È una prova che considera «convincente», in cui «la gioia inventiva» è «oltremodo acuta». Un risultato, dice, a cui arriva grazie alla «acquisita disinvoltura metrica» e alla «esaltazione passionale» in cui sfocia la sua «meditazione». Tutto ciò a contrasto con la «indifferenza» e la «riluttanza» che accompagnano – afferma – il suo verseggiare, che gli appare come uno sforzo «inutile e indegno».
Pavese in Calabria sottolinea Enzo Romeo “è affascinato dalle «rocce rosse lunari» di Brancaleone e gli piacerebbe «mostrare il dio incarnato in questo luogo», ma pensa di non esserne in grado perché «esse non riflettono nulla di mio, tranne uno scarno turbamento paesistico, quale non dovrebbe mai giustificare una poesia».
Per il grande scrittore confinato in Calabria “se le rocce fossero in Piemonte saprebbe dar loro significato, poiché la poesia si fonda innanzi tutto sulla «oscura coscienza del valore dei rapporti, quelli biologici magari». Ma l’esito dei sette mesi e mezzo di confino -dimostra in questo suo bellissimo libro Enzo Romeo- smentiranno questa analisi di Pavese”.
Sono tante le cause che determineranno questo ripensamento. Enzo Romeo, che si riconferma ancora una volta analista attentissimo alle dinamiche dei luoghi e dei suoi personaggi, ci spiega con grande forza espressiva che “ Il soggiorno obbligato accentua la sensibilità del suo tormentato io interiore e, del resto, «la tensione alla poesia è data al suo inizio dall’ansia di realtà spirituali ignote, presentite come possibili», e lo stesso Cesare Pavese dichiara che “attraverso la poesia ha costruito «una persona spirituale che non potrò mai più scientemente sostituire».
Pavese poeta, ma soprattutto Pavese come nessuno mai l’aveva conosciuto o raccontato, un Pavese inedito è il Pavese di Enzo Romeo, che inizia come poeta in Calabria costretto forse dalla solitudine della sua condizione di confinato, per poi diventare quello che è poi diventato nel giudizio della critica letteraria di tutto il mondo.
Per lui- scrive Enzo Romeo- la poesia invece è solo “l’inizio di un cammino che lo farà giungere sulla sponda della prosa e divenire uno dei maggiori scrittori italiani del Novecento, senza peraltro mai rinnegare la poesia, anzi instillandola nelle trame della sua narrazione come l’olio tra gli ingranaggi di una macchina”.
Ma prendiamone una a caso di queste sue poesie, La luna d’agosto, dove per Enzo Romeo la luna ha sul poeta un influsso allucinatorio e ne favorisce la visionarietà. “Attraverso i raggi lunari emerge una campagna mitica. Le gialle colline, le stoppie, l’ulivo sperduto, il mare sono i segni tipici del paesaggio estivo calabrese. Che l’autore carica di elementi irrazionali e selvatici, capaci di far rabbrividire. C’è la morte, c’è il sangue, ma c’è anche il richiamo al grembo della donna, che è simbolo di vita. Secondo alcuni il cadavere è di un uomo morto di giorno mentre lavorava nei campi, forse caduto dall’albero d’ulivo… Secondo Bàrberi Squarotti -aggiunge Enzo Romeo- nella poesia «si fondono riferimenti biblici e mitologici, descrivendo quel giorno come la morte dell’estate e insieme come la perdita del paradiso».
Il 15 dicembre 1935, nella lettera a Mario Sturani, suo ex compagno di liceo, Pavese afferma senza falso orgoglio: “Mi consigli di lavorare? Non ho bisogno di consigli. Quattro mesi, quattordici poesie, di cui sette superiori a ogni elogio. […] Quando un uomo scrive le più belle poesie del secolo, il calvario ha da essere più lungo”. Di tale calvario dirò ampiamente più avanti -scrive e anticipa Enzo Romeo- “ma intanto gustiamo le poesie “calabresi” di Cesare Pavese”.

Enzo Romeo ha iniziato la sua attività giornalistica lavorando presso radio e tv locali (TeleRadio Sud, ) e scrivendo su vari quotidiani e riviste. Dal 1984 è stato redattore del quotidiano Oggisud, collaborando nello stesso periodo con la Sede regionale RAI per la Calabria. Nel 1988, chiamato dal direttore Nuccio Fava, è passato al TG1, dove ha lavorato al TG1 Mattina e poi come vicecaporedattore in vari settori. Dal 1995 al 1997 è stato caporedattore a Rai International, quindi vaticanista e inviato del TG2, dove dal 2002 al 2014 è stato responsabile della Redazione Esteri. Come vaticanista ha raccontato i pontificati di Giovanni Paolo II, Benedetto XVI, Francesco e Leone XIV; da inviato è stato su alcuni dei principali fronti di tensione e teatri di politica internazionale degli ultimi decenni. Dal 2025 è direttore di Dialoghi, rivista culturale dell’Azione Cattolica Italiana. Fa parte del comitato editoriale della Editrice Ave. Collabora alle riviste Credere e Jesus della San Paolo Edizioni. Ha scritto numerosi saggi su temi letterari, ecclesiali e di attualità internazionale, tradotti in varie lingue.
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