Palazzo Labia, nei ricordi di Maurizio Crovato

30 Aprile 2026

Palazzo Labia, nei ricordi di Maurizio Crovato

di Maurizio Crovato

Arazzi fiamminghi, dipinti e affreschi di fama mondiale, tra cui opere di Giambattista Tiepolo. Questa è la cornice di Palazzo Labia, un edificio barocco del XVII secolo di proprietà della RAI da oltre cinquant’anni, a seguito dei lavori di restauro di Angelo Scattolin. Le sale del Palazzo hanno ospitato numerosi eventi internazionali, tra cui il Ballo Tiepolo del 14 maggio 2019 e la Replica del Bal du Siècle del 1951 organizzata da Monsieur Christian Dior con la partecipazione di Salvador Dalí.

Che ricordi a Palazzo Labia! Se volete partiamo da lontano, da tanto lontano, oppure da vicino. Fate voi. Facciamo da quasi lontano.

Nel 1888 Giandomenico Facchina, il mio conterraneo di famiglia, ovvero di Sequals (Pordenone, ma all’epoca provincia di Udine, Friuli), fa una fortuna incredibile a Parigi con i mosaici e i pavimenti mosaicati, come emigrante all’estero, tanto che oggi è seppellito al Père La Chaise, ovvero il cimitero monumentale dei grandi di Francia. Quando tornò in Italia, ormai ricco e famoso, nel 1887, voleva acquistare dalla comunità ebraica della Fondazione Königsberg, Palazzo Labia, edificio seicentesco, già del principe Lobkowicz che lo aveva trasformato in condominio popolare, con tanto di falegnameria al pian terreno della famiglia Testolini. Tanto per intenderci gli inquilini stendevano i panni e le lenzuola da asciugare nella sala del Tiepolo. Chiodi compresi, conficcati tra Antonio e Cleopatra e il banchetto nuziale. Nel piano rialzato, ovvero mezzanino in veneziano, si vendevano broccati, damaschi, velluti pregiati. Decadenza pura per un prestigioso palazzo barocco.

Ed è lo stesso mezzanino dove oggi funziona la redazione Rai regionale, tanto per intenderci.

Facchina viene subito bloccato dalla Guardia di Finanza Sabauda. Deve pagare un sacco di tasse all’erario! Lui, imbufalito, dice di voler fare di Palazzo Labia, un centro internazionale del mosaico, viste le sue origini friulane di Spilimbergo. Niente da fare. Esibisce i due passaporti, quello italiano e e quello francese. Strappa il primo e va a morire in Francia. Per la futura scuola del mosaico consegna tutto gratuitamente al suo allievo preferito, Angelo Orsoni. Ditta ancora oggi esistente.

Alla fine della seconda guerra mondiale arriva a Venezia il miliardario franco-messicano Charles (o Carlos) de Bestegui. Parigino, amico e artista con Le Corbusier. Decide di acquistare dalla comunità ebraica il palazzo seicentesco di ben 7 mila metri quadrati ricco di storia e di affreschi di Giambattista Tiepolo, oltre ai quadri di Palma il Giovane, Giambattista Canal, Gaspare Dillani, Antonio Visentini. Il palazzo è in totale decadenza. Siamo nel 1951, dopo opportuni restauri, de Bestegui decide di organizzare, memore dell’opulenza in maschera della Serenissima, il gran ballo del secolo, ovvero ballo orientale. Mille invitati, tra i cui Orson Welles e moglie, i duchi di Windsor, re Faruq dell’Egitto, Winston Churchill, Aga Khan, la contessa Giulia Maria Crespi proprietaria del Corriere della Sera. Insomma una banda di poverissimi. Infatti decidono di affittare per due giorni il 3 settembre 1951, tutti, ma proprio tutti i 500 gondolieri, gondole comprese. Così tanto per non avere problemi di trasporto e orari.

Si tratta di una festa troppo, forse troppo allegra, oggi si direbbe gay. Al mattino, gli invitati decidono di imitare i nobili Labia (“abia o non abia, sempre Labia!”) si dice ancora oggi a Venezia, su chi vuole ostentare troppo la sua ricchezza. Lanciano dai balconi argenterie e banconote al popolo in trepidante attesa. La cosa non è gradita al primo sindaco del dopo-fascismo, il comunista Giobatta Gianquinto. E infatti de Bestegui, nonostante i suoi soldi e la sua ….allegria, viene rispedito come indesiderato e con foglio di via a Parigi. Passa qualche anno e nel 1960 Palazzo Labia viene messo all’asta. Vendono tutto, gli eredi francesi, mobili e quadri, ma non possono vendere gli affreschi del Tiepolo, nonostante il grande interesse dei francesi del Louvre. Nel 1964, dopo un discutibile restauro, arriva la Rai.

Il palazzo a poche centinaia di metri dalla stazione ferroviaria è in pratica sul Canal Grande, e si trova in una posizione d’eccellenza. Oggi purtroppo è in vendita.

Storia troppo recente e dura da digerire.

Ricordi personali. Nel 1987, allora giovane cronista della Nuova Venezia, faccio come si dice oggi, anche se il termine non mi piace più, uno scoop. Mi trasvesto e mi faccio assumere come cameriere da Cipriani e servo alla cena di palazzo Pisani Moretta in Canal Grande, i potenti della terra. C’era François Mitterand, il canadese Pierre Trudeau, Giovanni Goria per l’Italia, Gianni De Michelis, ministro. Il giorno dopo nasce un casino internazionale. L’Associaded Press (AP) americana diffonde la notizia della burla di un giornalista locale travestito da cameriere. Si muovono i servizi segreti e la Digos. Vivo momenti inquieti. Partono le smentite, soprattutto da Arrigo Cipriani e dal Ministero degli Esteri. Mi salva il Tg1 delle 13.30 del giorno successivo, il mezzobusto Piero Badaloni, inizia il notiziario cosí: “Oggi apriamo questo telegiornale non con le solite notizie di politica soprattutto internazionale, ma con un evento diverso. Cosa mangiano a cena i grandi della terra? Servizio di Vincenzo Mollica”.

Parte il pezzo. Sono io che lascio la cucina con 4 piatti di risotto di pesce per servire Gianni Agnelli e Carlo Azeglio Ciampi con Marta Marzotto! E accenno anche ad un mezzo sorriso in primo piano. Mia mamma mi dice subito: Maurizio ti sei messo nei guai!

Nel pomeriggio ricevo la chiamata da Roma del Tg1. É il direttore Nuccio Fava che mi ordina di andare subito a Palazzo Labia per la diretta al telegiornale delle 20. Mi precipito nella sede regionale. Suono il campanello e dico: il direttore del Tg1 mi ha detto di venire da voi. “Ah sì – la risposta ironica è beffarda – e non Enzo Biagi, Bruno Vespa, Emilio Fede?”. No, no, sono sicuro, non scherzo. E vado via, desolato. Dopo pochi metri mi corre incontro il responsabile della produzione. “Ci siamo sbagliati! Tra pochi minuti sei in diretta sul Tg1…”.

Ultimo aneddoto su Palazzo Labia, sperando che rimanga alla Rai, oppure in buone mani italiane. Il cancello della porta di ingresso è chiuso e arrivano due distinti signori. Sono una coppia di neozelandesi, docenti di storia dell’arte all’Università di Auckland. “Non possono entrare gli estranei!”, grida inflessibile il portiere: “Questo è un palazzo privato, sede della televisione. Questione di sicurezza!” E loro, tristi e sconsolati, vanno via. Impietosito, chiedo cosa succede. Mi rispondono che sono studiosi del Tiepolo, sono stati a Madrid e a Parigi, era la 23esima volta che venivano a Venezia ma non erano mai riusciti a vedere gli affreschi della sala del Tiepolo…

Corro dal portiere e dalla guardia giurata e mi viene in mente una bugia sociale o bianca, come si dice. “Scusate ma i giornalisti anche stranieri, possono entrare?”.

Sì, certo mi rispondono. Corro dalla coppia neozelandese e dico loro. “Siete due corrispondenti del Time Wellington, ok, mi raccomando. Ma il Time non esiste in Nuova Zelanda. Ma stanno al gioco. Dopo due mesi ricevetti una delle più belle lettere di ringraziamento della mia vita.

Labia o non Labia, sempre Labia.