“Cara televisione”, il  racconto del “principe” Aldo Grasso

9 Maggio 2026

“Cara televisione”, il  racconto del “principe” Aldo Grasso

di Mimmo Nunnari

Che mestiere fa il critico televisivo? Il critico per antonomasia, Aldo Grasso, il decano in Italia, ma anche il più importante, cede, come ammette lui, alla tentazione di descrivere il suo strano e molto odiato ( dalle “vittime” delle critiche ) lavoro, e risponde alla domanda nel libro “Cara televisione – una storia d’amore e altri sentimenti” (Raffaello Cortina editore, pagine 238, euro 16), in cui racconta la televisione di ieri e di oggi, specchio intramontabile – da quando è nata – di vizi e virtù, passioni e disincanti di un intero Paese. Grasso, spiega che da trentasei anni, ogni sera, guarda la televisione e ogni mattina redige una rubrica su quello che ha visto, o meglio scelto di vedere. E’ il suo mestiere, ma dietro c’è, oltre che la professionalità, la passione, mai venuta meno nei tre decenni abbondanti di lavoro.

I vantaggi sono tanti, quando si fa il critico televisivo, spiega Grasso, ma non mancano, oltre ai pro i contro, a cominciare dalle permalosità dei “criticati”, delle amicizie che si sgretolano, degli svillaneggiamenti via etere dei colpiti dalle critiche. Ci sono da aggiungere le ingiurie, le querele e le lettere minacciose degli avvocati dei “criticati”. Ma così è, da quando la televisione fece i primi passi nel 1954.

Da allora, sono stati molti gli scrittori e i giornalisti che se ne sono occupati: da Achille Campanile, a Giovannino Guareschi, a Sergio Saviane, fino a Beniamino Placido, il famoso critico di “Repubblica”,  per citare solo alcuni. Grasso –  forse l’ultimo – rappresenta la continuità della “nobile“ tradizione del mestiere di critico. Nel libro racconta molto di Rai e  per mettere le cose in chiaro, avverte subito: “Il servizio pubblico non esiste più”. Il motivo? Ha concluso, sostiene Grasso, il suo ciclo storico, nato nel 1946 , sulle ceneri dell’EIAR: “Da quando i telegiornali della Rai hanno perso ogni reticenza nei confronti della loro missione, diventando temerariamente filogovernativi, senza vergognarsi di apparire militanti, hanno lasciato cadere ogni ipocrisia o convenzione retorica nei confronti del cosiddetto servizio pubblico”.

Come dire? La loro missione si è, in sostanza, snaturata. Grasso passa sotto la lente di ingrandimento talk show, approfondimenti, varietà, trasmissioni con esperti dove nel passaggio dalla competenza alla stupidità e spesso alla menzogna il passo è breve. Ci sono poi i “crime time” – moda del momento – con casi giudiziari diventati ormai un filone televisivo; e come conseguenza i processi non si esauriscono mai. Anche le telecronache sportive –  spiega Grasso – non stanno più tanto bene.

La loro storia nobile, cominciata con Nicolò Carosio, pioniere della telecronaca di calcio, oggi incontra il protagonismo dei telecronisti, le loro frasi gergali, le parole superflue, la foga di spiegare tutto, per non dire nulla. Insomma, la televisione è cambiata e ha cambiato pure i telespettatori. Nel cambiamento, c’entrano i social, ma Aldo Grasso tiene duro, difende il suo mestiere: “È probabile – dice – che la rivoluzione informatica abbia assestato il colpo di grazia, al vecchio edificio della conoscenza, ma non ha scalfito il compito della critica e la sua antica e imprescindibile mansione: coltivare l’eccellenza”.