2 Giugno 2026
ADDIO A EDGAR MORIN, IL GURU DELLA SOCIOLOGIA. “50 ANNI FA “LEGGEVA” LA SOCIETA’ D’OGGI”.
E’ morto venerdì scorso all’età di 104 anni Edgar Morin filosofo e socilogo francese noto soprattutto per l’approccio transdisciplinare con il quale ha trattato un’ampia gamma di argomenti, fra cui l’ epistemiologia.
Durante la sua carriera accademica ha lavorato principalmente presso l’École des hautes études en sciences sociales (EHESS) e il Centre national de la recherche scientifique (CNRS). Particolare attenzione hanno ricevuto le sue ricerche sulla complessità e il cosiddetto “pensiero complesso”. Nel 2019 Papa Francesco lo aveva ricevuto in udienza. Nel 2021, in un’intervista ai media vaticani, sottolineava l’importanza di prendere “coscienza della comunanza di destino di tutti gli esseri umani nell’epoca della globalizzazione, ossia dei pericoli nucleari, dei pericoli della follia fanatica, del pericolo del dominio del profitto”.Parliamo qui di uno dei grandi testimoni del nostro tempo e che il Prof. Giampieri Gamaleri, da sempre amico di RAI Senior, anni fa ha avuto occasione di incontrare e intervistare. Una intervista che a distanza di tempo rimane attualissima e che noi vi proponiamo perchè è la maniera forse più bella e ideale pe ricordare uno dei padri della sociologia moderna. (Pino Nano)

Gianpiero Gamaleri incontra Edgar Morin
E’ stata una circostanza fortunata quello che mi ha portato a incontrare Edgar Morin per uno scambio di idee sugli effetti della comunicazione nei confronti della società in un incontro che avvenne addirittura più di 50 anni fa ma che ci permette tutt’oggi di cogliere le radici del suo pensiero. Eravamo nell’ottobre del 1970 a un convegno promosso a Milano dall’Istituto Gemelli in tema di comunicazione sociale. Tema fondamentale del nostro dialogo fu l’influenza dei media nella percezione del tempo e in particolare del passato, del presente e del futuro. Certo allora Internet balbettava, i “social” non esistevano ancora e l’intelligenza artificiale era un sogno fantascientifico. Però Morin era già profondamente immerso dentro questa trasformazione. Questa intervista è stata pubblicata su “Il Popolo” e ripresa sulla rivista Quaderni di sociologia dell’educazione, n. 22, dicembre 1971, edita dal MIUR. Colpisce, nelle sue parole la sua capacità fin d’allora di cogliere la complessità della situazione attuale. Visti fin da allora, ci si chiede: i media, nella loro grande potenzialità, sono stati una promessa mantenuta o una promessa mancata?
Quando si parla di mass media, la parola chiave è “contemporaneismo” cioè il rischio di uno schiacciamento sul presente che essi operano sulla nostra psicologia e sulla nostra percezione del mondo.
“Ci troviamo nel cuore di una civiltà contemporanei sta, una civiltà in cui la presenza del passato e il peso della tradizione sono indeboliti, una civiltà in cui anche il senso del futuro è meno accentuato perché si vuole vivere e gioire della vita presente e se si pensa troppo al futuro si pensa al declino, si pensa alla morte. Mi capisce? La nostra è una civiltà molto “contemporaneista”. Ora, la radio, la televisione sono fondati sull’istante. Non soltanto sull’istante delle informazioni ma sulle attualità anche le più indirette possibili. Si tratta di mettere in sincronia il telespettatore con l’avvenimento che ha luogo qua o là nel mondo. C’è una coincidenza tra questa civiltà fondata sul presente ed i media che esaltano l’istante. Tuttavia penso che oggi le cose siano leggermente cambiate. In che senso, lei mi chiederà? Innanzitutto perché la nostra società, nella misura in cui ha un’economia estremamente complessa è obbligata a pensare all’avvenire È evidente che oggi qualsiasi industria di qualsiasi branca economica deve studiare la prospettiva con qualche anno di anticipo per poter formulare i suoi progetti rispetto alla vecchia economia statica che era funzione della sussistenza delle risorse stagionali, del nutrimento da assicurare. Oggi si sono sostituiti il marketing e la produttività. Insomma c’è lo scorrimento di una prospettiva per cui si guarda un po’ più in avanti. Inoltre sta avanzando una crisi del presente: la nostra società si rende conto che non è soddisfacente vivere solo al presente perché il presente è superficiale e c’è qualcosa di più profondo che viene sia dal passato che dal futuro. Ora io cerco di trovare un legame con tutto il continuum umano, con il passato e con il futuro. Ora i mass media hanno cessato di essere solo lo strumento meravigliosamente adattato ad una situazione presente, diventano qualcosa di più complesso. In questo senso non si può più parlare e insistere soltanto su ciò che ha un carattere immediato per quanto riguarda la radio e la televisione”.
In questa chiave il progredire degli studi sulla comunicazione ci aiutano ad avere una visione più ampia del cambiamento?
“Non siamo che all’inizio di una conoscenza scientifica delle comunicazioni di massa e dei problemi posti dalla cultura di massa su tali temi. Noi promuoviamo una semplice esplorazione ma non ancora una conoscenza sufficientemente approfondita, tale che consenta di ricavarne soluzioni pratiche. D’altra parte la scelta pratica non scende meccanicamente dalla conoscenza scientifica. Essa dipende anche dai valori messi in gioco e la stessa nozione di maturazione dei popoli per quanto estremamente valorizzata vuol significare cose molto differenti. L’analogia tra popolazione da far mutare e bambini da educare è un’analogia che non può essere spinta troppo lontano. La mia risposta alla sua domanda è una risposta in certo modo di prudenza. Oggi dobbiamo soprattutto eliminare certe risposte automatiche ma non possiamo risolvere la questione”.
Per camminare in questa direzione può aiutarci un uso didattico dei media?
“In effetti i media hanno un’utilizzazione didattica: la radio, la TV, il film sono stati usati per l’insegnamento così come è stato utilizzato il libro. La differenza sta solo dal fatto che singoli media sono stati intesi prevalentemente come canali informativi o spettacolari nella società occidentale mentre nelle società africane ad esempio essi giocano un ruolo di primo piano nel campo educativo. Questo ruolo didattico certamente sarà potenziato dalla messa in orbita dei satelliti geostazionari che permetteranno di innaffiare davvero enormi territori. Così i media nella loro estensione diventano uno strumento didattico, uno strumento di comunicazione sociale, uno strumento di creazione artistica, uno strumento dell’immaginario collettivo dell’epoca attuale senz’altro polivalente”.
Uno strumento collettivo ma anche capillare. Ma cattura solo l’individuo o promuove anche lo sviluppo della persona?
“Lei ha ragione quando distingue tra individualizzazione e personalizzazione. Voglio dire che mi sembra chiaro che ad esempio le videocassette permettono di rendere individuali tutta una serie di messaggi. La televisione stessa resta collettiva malgrado la sua apparenza di individualizzazione attorno ad un focolare domestico e la videocassetta permette di individualizzare il messaggio e si potranno avere degli archivi come se si trattasse di libri. D’accordo, arriviamo allo stesso problema di individualizzazione posta da una biblioteca: vi sono libri per l’apprendimento, altri di svago, altri di letteratura e così via. Noi non sappiamo in quale misura l’individualizzazione del messaggio permetterà una personalizzazione. cioè l’interpretazione vera della personalità. Si tratta di due fenomeni in linea di principio legati perché l’individualizzazione permette la personalizzazione. Ma la personalizzazione non discende meccanicamente dagli individualizzazione ed è vero che su questo problema occorre riflettere attentamente”.
Lei ha parlato prima di una funzione polivalente, plastica dei media. Può sviluppare questo concetto?
“Dico spesso che i media sono evidentemente plastici perché essi possono adattarsi alla civiltà del presente in funzione del loro carattere attuale ma potrebbero adattarsi pure ad una civiltà che si sviluppasse fuori dal presente. Giacché permetterebbero attraverso l’immaginario di superare il presente alimentando utopie, progetti non soltanto di fantascienza. Abbiamo a che fare, io credo, con un tipo di strumento polivalente che può veramente aprirsi oggi a qualsiasi prospettiva. Non credo che per un tipo di specificità interna essi si riferiscano solo al presente: i media si interessano a tutto e sono, come lei capisce, il sistema nervoso di un organismo che apparentemente percepisce il presente con le sue sensazioni e reazioni, ma sono anche in realtà il magazzino dei ricordi e immagini dell’avvenire. Bene, io penso che con i media si può fare ogni cosa. Il tema è appassionante, anche perché non si possono concepire solo quali essi sono oggi ma come qualcosa che si adatta meravigliosamente ad ogni nuovo tipo di invenzione e prospettiva di creazione e di realizzazione”.


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