13 Giugno 2026
Giuseppe Marchetti Tricamo: “Qui New York”
“Io prediligo la carta, ma l’importante è leggere, perché (ricordando un pensiero di Bacone) leggere è essenziale per la vita come l’aria che si respira. Anche a New York“.
Immagino che da quelle case arrampicate nel cielo sul Central Park, da quelle stanze, attraverso le pareti di vetro, si possano abbracciare le chiome verdi degli alberi che mutano il colore delle loro foglie: il verde lascia il posto al giallo, all’arancio brillante, al rosso bordò. Prima che vengano portate via dal vento dell’Hudson e ricambino colore per tornare bianche, rosa, lilla in primavera. Uno spettacolo di primo autunno che esorta la natura e l’uomo a riconciliarsi.

Ho sempre cercato di figurarmi come si svolge la vita in quelle abitazioni, che chiudono e incorniciano il Central Park. Le guardo da giù, mentre sono seduto su una delle panchine verdi, memoria di momenti lieti e tristi. Uno scoiattolo mi ignora. Ha capito al volo che non ho né noci né ghiande per lui. Uno squittio e va via e saltellante e scontento si arrampica sull’albero. Una cavità del tronco lo ospiterà e lo difenderà dall’inverno.
Non mi faccio mancare una passeggiata lungo il viale degli olmi tra le statue di poeti e scrittori, lanciando uno sguardo grato al drammaturgo William Shakespeare, al poeta Friedrich Schiller e al romanziere Walter Scott. Arrivo fino al Carousel, dove Holden Caulfield – nel romanzo di Jerome D. Salinger – guarda, fermo sotto una pioggia a catinelle, la sorella Phoebe divertirsi a girare sulla giostra seduta su un “vecchio stallone scuro dall’aria malandata”. Mi spingo fino al Laghetto delle anatre e mi chiedo, con il giovane Holden: “Dove vanno le anatre in inverno quando la superficie dell’acqua diventa ghiacciata?”. Chissà se qualcuno va “a prenderle con un camion per portarle allo zoo o vattelappesca dove. O soltanto volano via”. È una domanda che ha attraversato molte generazioni di lettori e che ancora, ritengo, è rimasta senza risposta. Tra queste statue ce n’è una dedicata a quello che viene considerato un intruso, perché non è un letterato. Si tratta di Cristoforo Colombo, che, dal 1892, si erge giustamente fiero davanti all’ingresso principale del parco. Il grande navigatore ha la mano destra alzata con l’indice puntato verso l’orizzonte.
Torno ad osservare quelle case arrampicate nel cielo newyorkese. Complice Federico Rampini, con un suo articolo sul Corriere della sera, ho scoperto cosa accadeva o succede ancora almeno in una di esse: si incontrano ospiti che si chiamano Philip Roth o Patti Smith, Jonathan Franzen, Robert De Niro: «una densità impressionante dell’intellighenzia newyorchese, dai grandi della letteratura contemporanea alle star del cinema d’autore».
Chi è l’artefice di questo prodigio? È Antonio Monda. Quella casa-cenacolo-caffè-letterario dell’Upper West Side è sua. È lui, sempre al centro di frequentazioni intellettualmente vivaci, che da tempo con i suoi libri ci conduce per le strade di New York. Ci ha mostrato, nel suo L’America non esiste (Mondadori, 2012), la città degli anni cinquanta e ce l’ha raccontata come l’hanno vista Maria e Nicola, due fratelli ventenni, arrivati con il transatlantico dall’Italia.
Sono rimasti incantanti, quei ragazzi, «a guardare le automobili e i neon colorati, e poi i fumi che uscivano dal fondo delle strade. Sembravano gli sbuffi del motore dell’intera città, di quell’isola di cemento che continuava a generare energia. Forse era quello il senso dell’intera esistenza: muoversi e andare avanti, anche se non significa nulla».
Da sempre ciascuno vive New York come vuole, in modo unico e originale. Succede anche ai due giovani fratelli, che scelgono strade diverse. Lei, Maria, sognatrice, preferisce Brooklyn; lui, Nicola, avido di opportunità e successo, sceglie Manhattan, «il posto dove tutto, prima o poi, accade». Lei vive una storia d’amore segreta con un giovane attore fallito, Nathan. Lui, il fratello, incontra Tess, figlia di un uomo d’affari, e la sposa con una cerimonia sobria alla City Hall, con successivo brindisi al Pierre e con Ella Fitzgerald che canta per gli sposi.
Per il titolo del libro Monda ha fatto propria una provocazione di Henry Miller: «Non esiste l’America. È un nome che si dà a una idea astratta» (Tropico del Cancro, Mondadori). Ma noi sappiamo che l’America esiste. Bene o male che faccia, l’America c’é. Sappiamo che è il luogo dei sogni e delle illusioni. Il luogo dove tutto è possibile. Il luogo dove tutto c’è, ma che anche svanisce.
E poi «come è bella Manhattan, con la sua potenza, la sua frenesia, il suo deserto di milioni di persone».
Ma come era New York prima di allora?
Monda affida, in Una mattina gloriosa (Mondadori 2026), a due altri giovani Alfonso e Rosanna, emigranti siciliani, arrivati nel 1912 al molo di New York con il più grande transatlantico mai costruito, di raccontarci altri momenti di altri anni di una città dove tutto accade e dove ciascuno vuol cogliere la propria parte di sogno americano.
New York, è noto a tutti, cambia velocemente ma resta sempre se stessa. C’erano, e ci sono ancora, i musicisti che suonano con passione agli angoli delle strade, sono bravissimi anche se la gente li ignora. Ricordo il giovane che, a Madison Square, suonava furioso la batteria di tamburi improvvisati mentre una tromba gli rispondeva pacata e un po’ indolente dall’angolo di Broadway Street.
Ciascuno vive New York come vuole, in modo unico e originale. Questa città è stata raccontata dal cinema in grandi capolavori ma è stata la letteratura che ne ha catturato l’essenza. New York ha ispirato le pagine più belle di molti scrittori che l’hanno amata.
L’America, lo sappiamo, è il luogo dei sogni e delle illusioni. Il luogo dove tutto è possibile. Il luogo dove tutto c’è, ma che anche svanisce. E New York ha ispirato capolavori letterari di tutti i tempi, opere di scrittori che hanno amato questa città.
Da Manhattan riprendo il mio vagabondare alla ricerca delle strade degli scrittori, che ho mitizzato nella mia gioventù, e dei luoghi delle loro ispirazioni, della loro vita, dei loro segreti. Greenwich Village, il West End Bar di Jack Kerouac, Allen Ginsberg, William Burroughs, Gregory Corso. Quei luoghi, nel tempo, passati “in eredità” dalla letteratura al cinema, alla pittura, alla musica con Woody Allen, Andy Warhol, Joan Baez.
Ciascun scrittore racconta la propria New York. È più glamour la metropoli di Truman Capote, più paranoica e improbabile quella di Jonathan Lethem, più psicologico-esistenziale quella di Paul Auster. Dolceamara per Lawrence Felinghetti: luna park e miseria nello stesso tempo. Pagine intense di luoghi da loro vissuti. Pagine che permettono di raccapezzarsi a New York senza esserci mai stati prima.
Quando l’America era per noi una cartolina sbiadita abbiamo iniziato a conoscere NY attraverso Ruggero Orlando, la voce storica della Rai dagli States dagli anni ‘50 agli ’80. Ricordiamo quel “Qui New York vi parla Ruggero Orlando” che quasi ogni sera raggiungeva con il Telegiornale le case degli italiani. E ancora quel “Qui New York la città che non dorme mai”. La sua era la NY di Frank Sinatra e delle Cadillac lunghe un isolato. Orlando puntuale ci ha raccontato Kennedy, il Vietnam, la Luna (lui collegato via circuito chiuso con la Nasa di Houston e Tito Stagno dal Centro Rai di via Teulada: l’Apollo ha toccato il suolo lunare con la differenza di 3 secondi tra Stagno e Orlando. Effetto satellite). Chiudeva sempre i suoi servizi con “un buonasera dall’America” ma in quella occasione, dopo il collegamento per lo sbarco sulla Luna salutò con “Qui New York vi parla Ruggero Orlando vi dico buongiorno. Fuori albeggia” Tornò a casa. New York era insolitamente silenziosa e deserta.
A Ruggero Orlando piaceva scrivere: stava al Rockefeller Center e mentre batteva sui tasti della sua Olivetti Lettera 22 dalla sua finestra guardava il Central Park. Pensieri di getto da una NY già a colori per l’Italia in bianco e nero. Nel suo percorso dalla sua abitazione alla Rai e viceversa aveva i suoi riti, le sue soste: l’edicola per il New York Post e la Repubblica del giorno prima, al diner Holland del greco Niko per uova strapazzate, un toast bruciato e un caffè americano annacquato. Ma la domenica mattina era espresso doppio in tazzina calda e una sfogliatella al Caffè Reggio del Greenwich Village. Ci andava per respirare italiano.
Nell’America siamo noi (Rizzoli, 1976) c’è tutto il suo stile: cronaca e retroscena. Cosa pensava davvero di New York l’ha detto proprio in questo libro: “New York non è bella. È necessaria. Come l’ossigeno”.
A New York scrivono in tanti, la scena letteraria è piena: nati in città, trapiantati, scrittori internazionali che la raccontano. Per incontrarli mi suggeriscono di assistere a qualche reading, firma copie, insomma indirizzarmi a qualche bookstore con eventi o capitare in un bar dove bazzicano.
Ma, intanto, lo so, posso rintracciare i miei scrittori sulla Fifth avenue all’angolo con la 42nd street, nella luminosa Public Library, dove le sei sculture dell’ingresso simboleggiano la filosofia, il romanzo, la religione, la poesia, il dramma e la storia. Qui posso trovare quanto mi interessa tra otto milioni e mezzo di libri e anche di manoscritti e riviste. Prima o dopo ci passerò.
Mentre tento di apprezzare un Frappuccino, la ragazza che fa Colazione da Starbucks il suo romanzo l’ha trovato sul Kindle, ma lei non è la Tamila, raccontata da Laura Fitzgerald (Piemme), lei fa parte dei sempre più numerosi lettori che negli Usa preferiscono i libri elettronici ai cartacei. Sono incredulo. Che dire? Io prediligo la carta, ma l’importante è leggere, perché (ricordando un pensiero di Bacone) leggere è essenziale per la vita come l’aria che si respira. Anche a New York.
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