“Oltre la tornanza”: un libro sulla Calabria

pino nano rai senior

13 Luglio 2026

“Oltre la tornanza”: un libro sulla Calabria

di Mimmo Nunnari

Un “urlo d’amore” per la Calabria e le antiche terre della Magna Grecia: luoghi dove cultura, ricchezza e splendore in molti casi arrivarono a superare quelli di provenienza dei pionieri greci che sbarcarono sulle coste meridionali dal VIII secolo a.C. in poi.

Non si può definire in altro modo, “Oltre la tornanza – Storia, ferite e futuro della Calabria e del Mezzogiorno”, libro di Paolo e Antonino Bolano (Media & Books, pagine 270), se non grido d’amore, per manifestare attaccamento verso la terra d’origine: la Calabria bella e dannata.

Paolo, giornalista Rai, regista, sceneggiatore, è il padre; Antonino, avvocato, giornalista pubblicista, il figlio. Hanno insieme progettato questo libro partendo da sguardi diversi derivanti da anagrafe e formazione, ma convergenti per comuni sentimenti e modo di pensare. L’intento è restituire alla Calabria (e al Mezzogiorno) la luce della sua verità: “Una verità non più rinviabile e degna di essere rivelata”, dicono.

Leggendo, sfogliando le pagine del volume, si capisce che “l’urlo” è di Paolo: intellettuale pluriverso, idealista, ribelle, nato comunista ma deluso dai post comunisti, al punto di disprezzarli alcuni. Nell’urlo, c’è l’ira per il tradimento di una terra bella come poche, e anche per la diserzione di ideali politici che affondano le radici nell’umanità saggia dei padri, delle vecchie generazioni che dedicarono la loro vita per il riscatto degli umili e dei diseredati. Non è facile dire a che genere letterario appartiene “Oltre la tornanza: e’ – insieme – saggio, romanzo storico, zibaldone di notizie, eventi storici, pensieri e riflessioni. Con modestia, che è la cifra della sua personalità, Paolo lo definisce un piccolo articolo sul Mezzogiorno. La volontà (lo scopo) sua, e del coautore, Antonino, è di far emergere la storia genuina della Calabria e del Mezzogiorno. La Magna Grecia, con le sue scuole filosofiche, di matematica e di medicina, sono punto di partenza nella narrazione.

Stanco di pregiudizi, di disprezzo, di epiteti offensivi e altre sgradevolezze, a lungo sopportate, Bolano urla: “ La Calabria non è una terra perduta. È terra che aspetta il suo tempo. E il suo tempo può essere adesso, se il popolo – finalmente – decide di salire sul palco. Perché un popolo che ha inventato il teatro non può restare seduto in platea per sempre “.  Ma, perché una regione che ha vissuto epoche di grande vivacità culturale ed artistica ha svoltato in negativo, subendo un declino che sembra non avere fine? Non ci sono spiegazioni sociologiche o storiche, nel libro, piuttosto emerge il fastidio per la maledizione di una terra destinata, nella successione dei dominii, stranieri e nazionali, a zona da sfruttare per consentire il progresso e lo sviluppo di altre terre.

Nelle epoche dei latifondi baronali, dell’unità malcerta di stampo coloniale, del fascismo, e anche della Repubblica, non è stato fatto niente per il Sud: “Per anni, anzi per secoli – scrivono Paolo e Antonio Bolano – qualcuno ha cercato di convincerci che il Sud fosse un errore della geografia o un ritardo della storia, una terra condannata, un problema che ritorna, una “palla al piede”. Il libro – attraverso i fatti, le memorie, le testimonianze – racconta un’altra verità: la verità di un popolo che, nonostante tutto, non si è mai arreso; la verità di una terra che non ha mai smesso di generare intelligenza, creatività, coraggio, luce”.  

La domanda che gli autori si pongono è la stessa domanda antica, di sempre: può il Sud cambiare davvero? E oggi, più che in qualunque altra epoca, la risposta è sì: si può.  Perché’ il futuro – questa volta – non dipende più solo dalla politica o dall’economia, ma anche dall’intelligenza, dalla tecnologia e da una rete di giovani che non chiedono permesso per inventarsi un destino nuovo. Si può perché le città che si svuotano possono tornare a riempirsi; perché la “tornanza” è diventata parola viva, concreta; perché tanti figli del Mezzogiorno hanno capito che il viaggio non è più solo una fuga, ma è un’andata e ritorno, una strada che porta conoscenza fuori e la riporta dentro.

La storia non è finita, dicono gli autori. Siamo noi a doverla scrivere adesso. Il passato, che ha generato intelligenza, creatività, coraggio luce poi macchiato da secoli di diritti negati, ingiustizie e speranze spezzate, può rivivere in un tempo che si annuncia di rinascita. Un tempo fatto di studio, lavoro, tecnica, collaborazione, comunità, intelligenza e innovazione. In un libro dove si parla con una voce sola che unisce due esperienze e due vite differenti, per formazione ed esperienza, c’è anche dell’autobiografico, e riguarda Paolo: gli anni giovanili a Reggio, la militanza politica nel Pci, l’università, il sogno della regia e del cinema, il giornalismo, la Rai, il matrimonio e sullo sfondo sempre l’amore irriducibile e viscerale per la sua terra d’origine, la Calabria, e la città della Fata Morgana.

Non ci sono sconti in questo libro: “La cosa più grave è pericolosa è che la democrazia ha stancato i cittadini”, si dice, e poi ancora: “La sinistra si è azzittita, non riesce più a spiegare il nuovo mondo”; “L’informazione è spesso farlocca, non ci fa capire il presente e così ci impedisce di costruire il futuro”. Il libro si chiude con un invito – appello: “Un invito a non credere più a chi dice che tutto è già deciso, che qui non cambierà mai niente, che il Sud è solo un passato che ritorna. Il Sud non è un passato: è un potenziale. È una terra che ha sofferto molto, ma ha dimenticato di ricordarsi quanto è stata grande, e quanto può tornare ad esserlo” .