31 Agosto 2026
Giuseppe Tabasso e i suoi primi 100 anni di vita
Giuseppe Tabasso è uno dei grandi giornalisti della RAI che fu, della RAI prima maniera, appena nata, gli anni in cui esisteva un solo TG e un solo canale video.

E’ nato a Campobasso il 29 agosto 1926, ha due figli, un nipotino e “una moglie bojanese, sempre la stessa dal 1955”. A suo padre Lino, musicista, è dedicata oggi una strada di Campobasso. Fu proprio lui, nel 1937, a fondare la Polifonica Monforte, un gruppo folkloristico destinato a diventare parte viva della tradizione campobassana. Negli anni, la sua eredità fu raccolta da Antonio Socci, uno dei membri originari, che ne proseguì il cammino con passione e dedizione. Oggi quella stessa fiaccola è portata avanti da Rosa, figlia di Antonio, che ha voluto rendere omaggio ai Tabasso eseguendo, nella serata in suo onore al Teatro Savoia, alcuni dei brani storici più cari alla memoria della città.

Un’infanzia felice quella di Giuseppe Tabasso, in una casa borghese dove la musica era molto di casa. Incomincia a suonare il pianoforte e poi da ragazzo, da pianista dilettante formò una band con Fred Bongusto che era allora uno dei suoi amici di infanzia più cari.
Il Molise è la sua Heimat.
“Abito a Roma – dice – ma vivo in Molise”. Laureato in lingua e letteratura inglese, è giornalista professionista dal 1964. Ha iniziato in vari quotidiani e periodici, da Paese sera a La Repubblica d’Italia, da Annabella a Gente, da L’Europeo al Radiocorriere.

Inviato di politica estera per il GR3 della RAI, ha lavorato a Strasburgo e Bruxelles, poi a New York presso la Rai Corporation e a Londra e Colonia per le sezioni italiane della BBC e della Deutschland Funk.
Ha scritto fiumi di carta, e decine di saggi diversi, Il settimanale con Nello Ajello (Ediz. Accademia, Roma 1978); Facciamo un giornale (Edizioni Tuttoscuola, Roma 2001); Il Molise, che farne? (Ed. Cultura & Sport, Campobasso 1996); per le Edizioni Bene Comune; Post Scriptum, Prediche di un molisano inutile ( 2006); Gaetano Scardocchia, La vita e gli scritti di un grande giornalista (2008); Moliseskine (2016). Fare un giornale, diventare giornalisti, Manuale di giornalismo per studenti, insegnanti e apprendisti comunicatori. (2023), un vademecum prezioso per chiunque si approcci al mestiere di giornalista, ideale per le scuole, e per tutti i giornalisti e i comunicatori, a qualunque livello. Il volume è stato presentato a Larino il 7 marzo del 2023, nella ricorrenza del compleanno del grande giornalista campobassano Gaetano Scardocchia (1937-1993), che di Giuseppe Tabasso era collega e amico fraterno.
“Carissimo Pino, la tua passione giornalistica ha riacceso la mia. Devo perciò studiare come posso soddisfarti scavando in un passato e in un presente sfacciatamente vivo. Ho scritto di tutto ma non so da dove cominciare, dunque dammi tu stesso qualche aiutino. Io intanto ci provo. Partirò dal mio primo defunto maestro e direttore Michele Serra (omonimo del Serra che scrive su Repubblica) che mi fece lavorare al settimanale L’Europeo e poi quando lo chiamarono in Rai mi fece assumere al Radiocorriere TV. Serviva però un giornalista all’Ufficio Stampa Rai e fui scelto dal direttore Paolo Valmarana. C’era pure Fraiese mio fraterno e rimpianto amico. Si mandava settimanalmente ai giornali quello che offriva la Rai e come dimenticare il grande Andrea Camilleri che veniva di persona a descrivermi quello che avrebbe mandato in onda. Finalmente tornai al Radiocorriere, sotto la direzione dal famoso Ugo Zatterin Un paio d’anni dopo la direzione passò a Corrado Guerzoni, persona di grande intelligenza e serietà che fu assistente di Aldo Moro). Da giornalista del Radiocorriere potevo entrare, assistere alla prove, fare interviste, soffermarmi con cantanti, Mina era al top e con lei avevo un feeling particolare perché lei era cremonese come mia madre. Insomma, caro Pino, non so quante ne so“. Al caro Giuseppe gli auguri di tutti noi di RAI SENIOR. Pino Nano


Avere 20 anni in quel giugno 1946
di Giuseppe Tabasso
Quando noi ragazzi uscimmo da macerie di guerra stremati dal cibo scarso, rimbambiti da una dittatura grottesca e portatrice di lutti, eravamo premoderni, provinciali, poco istruiti e per nulla smaliziati. Una sublime ebbrezza di avvenire ci rendeva tuttavia stupefatti e desiderosi di conoscere, di sapere e di vivere il mondo che cambiava in uno stato di grazia oggi ignoto ai nostri figli e nipoti.
Poi arrivarono gli storici giorni del voto per la Costituente e per la scelta tra Monarchia o Repubblica. Su 28 milioni di aventi diritto i votanti furono 25 milioni. Ben 13 milioni, più della metà, erano donne che votavano per la prima volta sentendosi pari agli uomini.
Da Roma in giù prevalsero i fautori della permanenza di un Re, da Roma in su chi preferiva un Presidente.
In Molise ben 7 votanti su 10 si dichiararono per la Monarchia. Mio padre fu tra questi per non dare un dispiacere a mia madre che versò lacrime inconsolabili quando il 13 di quel fatidico giugno l’ultimo Re d’Italia sloggiò dal Quirinale.
Avevo vent’anni, uno in meno per votare, ma da giorni ero impegnatissimo insieme ai pochi ma appassionati repubblicani. Qualcuno lo riferì quasi scandalizzato a mio padre, che però se la cavò con un “ma sai, sono ragazzi…”.
Riuscii a nascondere a mia madre che facevo da galoppino elettorale alla buonanima di Nicola Todisco (padre di Vittoria) che era il solido punto di riferimento molisano del partito di La Malfa e di Cipriano Facchinetti (fuoruscito campobassano che partecipò a un attentato contro Mussolini).
Che bella strana fortuna essere repubblicano dopo 80 anni
Paolo Frajese, una storia da raccontare
di Giuseppe Tabasso

Il 9 giugno 2000 Paolo Frajese morì per infarto a Parigi dove era corrispondente della Rai. Aveva 61 anni, era nato il 22 agosto 1939 a Roma. È stato un pezzo di storia del giornalismo televisivo italiano.
Con lui ebbi un rapporto non da collega ma da amico vero, di quelli con cui ti confidi, ti fidi, t’incazzi. Dividevamo la stessa stanza all’ufficio stampa Rai. Era un “esterno” in prova, dovette poi assolvere obblighi di leva e fu assunto solo a fine naja.
Lui fu chiamato al TG1, io al Radiocorriere e infine al GR3, ma il nostro legame rimase intatto per anni. Ci vedevamo spesso a cena, le nostre case erano abbastanza vicine, la sua in Viale Liegi gliela aveva lasciata il padre, alto funzionario della Pubblica Istruzione.
Quel colpo di fulmine
Un giorno mi chiama eccitatissimo: “Devo vederti assolutamente stasera, non posso dirti per telefono”. Lo raggiunsi a casa sua, era la fine di giugno del 1966, era appena rientrato dalla Svezia dove aveva seguito un viaggio di Stato dell’allora Presidente della Repubblica Saragat. Era su di giri. Aprì una bottiglia di Beaujolais, alzò il bicchiere e mi annunciò: “A Stoccolma ho perso la testa per una ragazza fantastica, un colpo di fulmine, mezz’ora dopo esserci conosciuti siamo finiti in un ascensore per baciarci. Ma non è finita. Tra una settimana vado a incontrarla a Vienna, torniamo insieme a Roma e ci sposiamo in segreto. Tu e Carlo Fuscagni ci farete da testimoni.”
Andò proprio così, fu una cosa semplice, frugale, molto romantica. Marina, Heldman di cognome, era una sposa magnifica. Più che testimoni, io e Fuscagni (che diventerà uno dei massimi dirigenti Rai) sembravamo dei complici. La famiglia Frajese seppe tutto a cose fatte, uno shock tremendo.
Per la coppia iniziarono anni bellissimi. Marina, incantata dal nostro Paese, voleva diventare “una moglie all’italiana”. Si appuntava ricette di cucina dettate da mia moglie e quando veniva a trovarci per i miei figli appariva la Fata turchina. Intanto Paolo si faceva strada in Rai. Politicamente era considerato “vicino” alla DC ma per lui il mestiere era tutto e disprezzava gli assunti per meriti politici. Ricordo che di uno di loro mi disse: “Quello è uno sporco andreottiano”.
La rottura
Paolo viene chiamato alla conduzione del TG1 e diventa il “mezzobusto” più popolare d’Italia, ma quel lavoro non gli piaceva affatto. Mi confessò che “leggere notizie scritte da altri davanti a un gobbo è frustrante”.
Era un telecronista nato, per lui il “servizio” era tutto. Una volta, durante un servizio, prese a calci in diretta il famoso disturbatore televisivo Daniele Paolini.
Nel 1974 riuscì a farsi affidare la conduzione della Domenica sportiva. Non aveva gran competenze in materia, ma ne fece una scommessa e la vinse. Fu un momento magico in termini di soddisfazione professionale ma quel su e giù Roma-Milano, la popolarità divistica cui non poteva sottrarsi (una volta in un bar non riuscimmo a scambiarci due parole per le richieste di autografi) e l’essere poi conteso dai migliori salotti milanesi gli scombussolarono la vita.
Così, per essere all’altezza di una nuova e costosa tranche de vie in una Milano “da bere”, lo stipendio non gli bastava più, contrasse debiti, moderava per soldi dibattiti e tavole rotonde. Presiedette anche a Campobasso un convegno dall’Associazione industriali.
Quella sua vita al massimo con due figli piccoli di mezzo, fu un disastro in termini familiari. Il rapporto con Marina andò a pezzi con strascichi dolorosissimi. Lei, ricercata come modella, finì in un un brutto giro. Una gran sofferenza per tutti. Passarono anni prima che il matrimonio fosse annullato dalla Sacra Rota. Paolo mi chiese di testimoniare per lui al Tribunale della Santa Sede.

Una nuova vita
Frajese rimane il cronista di punta del TG1. Il suo storico servizio sul rapimento Moro nel 1978 è un saggio di giornalismo televisivo. Appena arrivò la notizia, corse trafelato in via Fani e, come ha scritto Bruno Vespa, fece “un pezzo di un’abilità tecnica e di una tensione emotiva da togliere il fiato”.
Nel 1980 fu destinato a New York col non facile incarico di fornire servizi a vari canali radiotelevisivi molti dei quali in lingua italiana. Quello era l’anno che vide Ronald Reagan battere Jimmy Carter e io fui inviato a seguirle le elezioni presidenziali per il mio GR3. Così ci ritrovammo insieme al 25º piano di un grattacielo della 6th Avenue, allora sede della Rai Corporation.
Paolo era raggiante. Alloggiava in una linda casa-albergo nei pressi delle redazioni Rai. M’invitò a cena. Eravamo in tre: c’era quella che sarebbe diventata la donna della sua seconda vita, Ester Vanni, senese, stagista presso Rai Corporation, persona deliziosa che due anni dopo divenne sua moglie e gli diede altri due figli. La rividi vent’anni dopo, desolata e in gramaglie, allo Studio 2 del Centro Rai di Saxa Rubra dove Paolo ricevette un addio corale e commosso senza precedenti.
Memorial
Paolo Frajese è stato definito “protagonista della migliore Rai”. Non cedette mai a vantaggiose profferte Mediaset, la Rai con tutti i suoi difetti era la nostra casa. A lui è stata dedicata la sala riunioni del TG1, a Siena (città di sua moglie Ester) che per anni lo ebbe telecronista “ufficiale” del Palio, gli hanno intitolato una strada.
Di lui ho il ricordo di un amico brillante, generoso, impulsivo, imprevedibile, talvolta intrattabile, ma grande professionista che adorava il suo lavoro e odiava la superficialità, lui che aveva il dono dell’improvvisazione. Quel volto e quella voce sono stati in tanti momenti infausti o di giubilo, un pezzo della memoria collettiva di tanti italiani (e della mia vita).
Ti potrebbe interessare anche...

Gianiero Gamaleri: “Bill Gates e l’intervista al New York Times”.
di Gianpiero GamaleriPer farsi accarezzare: meglio un essere umano o un robot? E’ un Bill Gates “moderato” quello che emerge...

Ascolti altissimi per i Giochi del Mediterraneo a Taranto. Per la TGR è un trionfo.
di Pino NanoDopo il successo editoriale dei Mondiali di calcio FIFA 2026 e nel pieno dell'intensa estate sportiva tra Europei...

Ranucci a Report, stagione finita. Al suo posto Giulia Presutti e Daniele Piervincenzi.
di Pino NanoCon la nuova conduzione a due di Giulia Presutti e Daniele Piervincenzi, entrambi vincitori del concorso Rai, l'Azienda-...