15 Settembre 2026
Emanuele Giacoia, il Premio “L’Alveare” porta anche il suo nome.

Ad Antonio Lopez, il Premio Giornalistico “Emanuele Giacoia”
È andato al giornalista cosentino Antonio Lopez il Premio “L’Alveare” che ogni anno la CONFAPI dedica al ricordo di uno dei grandi giornalisti sportivi italiani, Emanuele Giacoia, per lunghi anni Caporedattore della Sede RAI della Calabria e per quasi una vita “voce” iconica e inviato speciale della Domenica Sportiva e Novantesimo Minuto sui campi di calcio di tutto il mondo.
“Abbiamo voluto e abbiamo dedicato questo premio alla carriera per giornalisti di grande qualità a Emanuele Giacoia– dice il Vice Presidente Nazionale di Confapi Franco Napoli- perché ci sembrava la maniera migliore per ricordare un grande cronista del passato, come lo è stato Emanuele Giacoia, per tutto quello che Giacoia ha rappresentato per la vita di milioni di sportivi e appassionati italiani, e per quello che poi ha saputo dare alla Calabria una volta arrivato a guidare la redazione giornalistica di Cosenza”.
Franco Napoli non conosce mediazioni, l’uomo è impastato di entusiasmo ed energia pura e quando gli chiedo come è avvenuta la scelta sul giornalista Antonio Lopez mi risponde così: “Perché ogni anno per il nostro Premio alla Memoria e alla Carriera andiamo a cercare i migliori sul campo, e con l’aiuto dello stesso Caporedattore della Sede RAI della Calabria Riccardo Giacoia, che è poi il figlio di Emanuele Giacoia, scegliamo su una terna di nomi quello che per noi è il meglio del momento”.
Sul palco d’onore -allestito quest’anno sulla piazzetta storica di Fiumefreddo Bruzio, uno dei balconi e dei posti più suggestivi del Tirreno Cosentino- insieme al giornalista Lopez anche la famiglia di Emanuele Giacoia, quasi a voler suggellare che il Premio alla Carriera Giornalistica voluto da Franco Napoli e da CONFAPI è ormai una sorta di marchio di qualità del mondo della comunicazione.
Il momento della premiazione è stato il più commovente, e quando sullo schermo sono passate le immagini di Emanuele Giacoia alle prese con i più importanti eventi sportivi degli anni in cui lui era inviato a Novantesimo Minuto e alla Domenica Sportiva Antonio Lopez si è così emozionato che la platea gli ha dedicato un lunghissimo applauso di conforto, ma questo è il Lopez che noi conosciamo da sempre, un giovane professionista di altissimo livello professionale ma con un cuore e una umanità da vendere.
Il Premio giornalistico alla Carriera e alla Memoria di Emanuele Giacoia segna dunque una nuova tappa importante nella storia della CONFAPI che l’anno scorso ha festeggiato il decimo compleanno del Premio “L’Alveare” , premio dedicato e riservato al mondo delle eccellenze calabresi in ogni sua declinazione possibile e immaginabile.
Presentato dalla giornalista Francesca Benincasa, vicepresidente di Confapi Calabria, è stata proprio Francesca Benincasa, nell’introdurre il Premio, a spiegare il significato delle tre parole scelte per identificare questa edizione 2026: “Rigenerare. Innovare. Connettere.”
“Rigenerare ciò che può tornare a vivere con nuova energia. Innovare, perché senza capacità di cambiare non c’è futuro. Connettere persone, competenze, imprese, istituzioni e territori”: una sintesi che ha accompagnato l’intera serata e le storie delle persone e delle realtà premiate.
Nel suo intervento introduttivo, il Vice Presidente Nazionale di CONFAPI Franco Napoli ha invece richiamato l’attenzione sul “ruolo dei giovani della nostra terra, sulla necessità di creare condizioni concrete perché possano costruire qui il proprio futuro e sulla capacità di trasformare idee e progetti in occasioni di sviluppo”. In questo quadro -sottolinea il leader della CONFAPI_ “si inserisce anche il progetto di Confapi Calabria per il Palacongressi di Vagliolise, pensato come uno spazio capace di diventare luogo di incontro, formazione, cultura, impresa e connessione tra generazioni e competenze”.(Pino Nano)

Una Vita dedicata al racconto dello Sport
Antonio Lopez, è nato a Cosenza il 12 dicembre 1961. Giornalista professionista dal 1993, in Rai da agosto del 1999. Si è occupato prevalentemente di sport. Collabora da sempre con Rai Sport e Radio Rai, realizzando servizi per le rubriche 90’ minuto, la domenica sportiva e tutto il calcio minuto per minuto. Conduttore del Tgr Calabria nelle edizioni delle 14, delle 19,30 e di mezzanotte, ininterrottamente dal 2003 fino al 2020, nell’ultimo decennio ha svolto anche le mansioni e i compiti del capo servizio, ruolo che ricopre tutt’ora. Conduttore periodico anche della trasmissione del mattino Buongiorno Regione e delle principali edizioni del Giornale Radio Regionale, ha spesso seguito sul terreno, eventi e fatti di cronaca con dirette per il tg regionale. Ha Curato rubriche come “Sport e dintorni” e “Sport Regione”, portando alla ribalta i principali protagonisti dello sport calabrese. Prima della Rai aveva avuto esperienze in radio e tv private, diretto l’emittente regionale Ten Teleuropa network. Telecronista per conto della Sacis, concessionaria dei programmi sportivi Rai. Corrispondente del Corriere dello sport-stadio dal 93 al 99 ha scritto anche per la Provincia Cosentina. È stato vice presidente regionale dell’USSI, l’Unione stampa sportiva italiana di cui è attualmente consigliere nazionale. Voce ufficiale su Radio Uno Sport delle calabresi del calcio, ha seguito il decennio in A della Reggina, e il triennio d’oro del Crotone. Ora lavora prevalentemente sui campi della serie B. Sposato con Melania e padre di tre figli, Ettore, Samuele, Michaela, vive tra Mendicino, dove risiede, e Cosenza dove lavora in Viale Marconi.

“Caro Emanuele Giacoia”, quattro anni senza di lui
Quattro anni dopo la sua morte il Premio Alveare-Confapi celebra il grande giornalista RAI.

Sono passati quattro anni esatti. Era un giorno di agosto, il 18 del mese, ed era di pomeriggio, quando si sono svolti nella chiesa di Santa Teresa a Cosenza i funerali del giornalista Emanuele Giacoia, per lunghi anni Capo della Redazione Giornalistica della RAI in Calabria, e per lunghi anni anche Direttore del Quotidiano del Sud.
Se io fossi oggi alla guida del Coordinamento Sedi della RAI proporrei alla Direzione Generale di Viale Mazzini di far intitolare il grande cortile alberato del nuovo palazzo Rai di Viale Marconi a lui, al giornalista Emanuele Giacoia, perché era quella la sua vera casa. Quella è stata la sua casa per quasi 40 anni consecutivi, e in quella casa sono nati i suoi gioielli migliori, che non sono i suoi figli, Riccardo Sergio Valerio Arianna e Antonella, ma tutti noi altri che allora, ancora ragazzi, pendevamo dalle sue labbra e percorrevano questa regione in lungo e in largo come lui ci aveva chiesto di fare.
Se ne è andato quattro anni fa Emanuele, all’età di 93 anni, li aveva compiuti il 4 marzo 2022, stremato ormai da una malattia che lo aveva costretto ad una lunga degenza in ospedale. Se ne è andato stringendo la mano a Riccardo, con attorno gli altri suoi figli Valerio Sergio Antonella e Arianna e ai suoi funerali quel giorno c’erano anche i suoi tanti nipoti, una squadra di ragazzi che aveva avuto in tutti questi anni la fortuna di goderselo come nonno amorevole e sempre pronto a correre da loro.
Quando è morto Emanuele aveva lasciato la RAI da ormai 25 anni, ma la gente per strada continuava a chiedere di lui. “Dov’è il vecchio Giacoia?”, “Non lo vediamo più, che fine ha fatto?”. Era semplicemente andato in pensione, dopo aver dato alla RAI tutta la sua vita. Letteralmente, lo dico. Tutta la sua vita.

Cordoglio, cordoglio, e ancora cordoglio in tutta la regione per la sua morte.
Era stato il mio capo, il mio amico più caro, il mio “principe”. Ho imparato da lui quello che nessun altro avrebbe mai potuto insegnarmi. Aveva una grande dote, era la modestia con cui viveva la sua vita quotidiana e questo suo modo sarcastico ironico e gioioso di prendere la vita. Ma forse, la dote più grande e impareggiabile che aveva era la capacità di ascoltarti, dall’inizio fino alla fine, senza mai distrarsi un attimo, lui che apparentemente sembrava un marziano prestato alla professione giornalistica, eternamente sognante, quasi un filosofo dell’ottimismo e della serenità, e che trovava sempre il modo e il tempo per farti sentire al centro del mondo.
Ricordo che entrava in redazione alle otto del mattino e alle nove della sera era ancora lì alla sua scrivania, al terzo piano di Via Montesanto, intento alle sue mille telefonate. Ho trascorso con lui anni nella sua stessa stanza, lui aveva la scrivania accanto a quella di Elio Fata, e io di fronte alla sua, e lui che non faceva altro che parlare con tutto il mondo, di calcio e della sua squadra più amata che era il “Catanzaro Calcio” di Ceravolo, Palanca, Ranieri, Silipo.
La cosa che mi emozionava era sentirlo alla radio, in collegamento dalla Spagna per i mondiali di calcio di quell’anno, una classe, una perfezione, un rigore e una chiarezza che era tipica di un grande maestro del giornalismo parlato.

In redazione era un capo meraviglioso, mai uno screzio, mai un conflitto, conosceva l’arte della mediazione come nessun altro, e quando doveva dire di no non conosceva remore. Preciso, informatissimo, sempre perfettamente al suo posto. Impeccabile, garbato, soprattutto curioso come ogni cronista di razza dovrebbe esserlo.
Conosceva la Calabria come le sue tasche. L’aveva vissuta e attraversata da cima a fondo quando per andare da Cosenza a Reggio Calabria servivano almeno 5 ore di viaggio in macchina, quando la Calabria era davvero l’ultimo fanalino di coda del mondo. Eppure, lui in televisione o alla radio riusciva a raccontare questa terra meglio di tutti noi- mi raccontava quel leone della carta stampata che era Franco Martelli- una terra che alla fine era diventata anche la sua, con una dolcezza e un senso di umanità davvero impareggiabili.
Riverito, ammirato, corteggiato, forse anche invidiato per questo suo portamento elegante e quasi regale che aveva, ma Emanuele Giacoia è stato una icona del giornalismo, non solo calabrese. Basterebbe rivedere o riascoltare le sue mille telecronache per capire che lui era uno dei privilegiati del team leggendario di “90 esimo minuto”.
Caro Emanuele, lavorare con te è stato molto bello, ma questo te lo riconoscono tutti i nostri vecchi compagni di gioco e di lavoro. Dico “compagni di gioco” perché, quando tu eri a lavoro sembrava si giocasse tutti insieme al più bel gioco del mondo.
Risentivo l’altro ieri in televisione l’ultimo saluto che Alberto Angela aveva dedicato a suo padre, e vorrei dirti che, come Piero Angela aveva fatto con il figlio, anche tu alla fine ci avevi abituato a crederti immortale. Ma mentre Piero Angela aveva spiegato al figlio Alberto che il mistero della morte in realtà è la cosa più scontata e più naturale della vita, tu invece continuavi a tenerci per la corda dandoci sempre appuntamento al tuo prossimo compleanno.

Ricordo l’ultima torta che Riccardo ti aveva fatto preparare per i tuoi 90 anni aveva questa scritta “Arrivederci ai prossimi dieci”. E tutti noi eravamo convinti che tu avessi suggellato con la morte un patto segreto, e invece te ne sei andato via in silenzio in piena estate, senza dare fastidio a nessuno, per come avevi vissuto tutto il resto della tua vita.
Un gran signore ci ha lasciati per sempre, un “gran signore” – ti chiamava così il vecchio preside Domenico Nano– che era stato per anni un tuo ammiratore sfegatato e riservatissimo.
Il dolore degli ultimi, la solitudine della gente comune, gli ammalati abbandonati in ospedale, i senza tetto e i senza nome, i relitti della società, i paesi e i quartieri più poveri, i diseredati: solo a quello Emanuele sapeva pensare al mattino quando doveva mettere in piedi la scaletta del suo telegiornale.
E così ha fatto -mi dicono- quando dopo la Rai è andato a dirigere Il Quotidiano del Sud. Anche lì la stessa classe, lo stesso stile, lo stesso rigore, e soprattutto il rispetto assoluto per la società che aveva attorno. Se ne è andato con lui un grande cronista. Un maestro del giornalismo radiotelevisivo. Era il padre putativo di tutti noi che in Rai abbiamo trascorso una vita intera. Non so che dirti di più Caro Emanuele.
Anzi, sì, una cosa da dirti ce l’ho ancora: oggi non sono venuto ai tuoi funerali, mi piaceva ricordarti come ti ho sempre conosciuto e vissuto, con questa tuo sorriso ironico e questa tua aria bamboleggiante, da perfetto compagno di strada e di vita, geniale e visionario, poeta e filosofo, e venendo da te quel giorno avrei trovato solo una semplice bara di legno, senz’anima, senza storia, senza nessun legame con le poesie che amavi scrivere. Non potevo accettarlo.
Tu avevi un’anima che credo non morirà mai, almeno per me, e voglio portarti dentro di me sorridente e sereno come lo sei in questa foto che Carlo Parisi, direttore di Giornalistitalia, ha scelto per questo giorno così importante della tua nuova vita. (Pino Nano)

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