18 Maggio 2026
L’inferno di Gaza nel racconto di Loris De Filippi
“Nessuna causa, nessuna guerra, dovrebbe mai toglierci ciò che ci rende umani “; questa bellissima frase, che troviamo tra le pagine di “E ancora chiediamo perdono” di Loris De Filippi (Mondadori, pagine 207 ) , è un grido di pace e di speranza, nel nostro mondo smarrito e tormentato.
L’invocazione dell’umanità e della pace è il punto centrale del libro testimonianza di De Filippi su Gaza; e’ da lì, dalla martoriata città palestinese che si alza l’urlo a “restare umani”.
Loris De Filippi, operatore umanitario dell’Unicef, uno dei pochi occidentali ammessi nella Striscia da quando è iniziata l’offensiva israeliana, racconta nel suo reportage una Gaza irriconoscibile: quartieri polverizzati, ospedali al collasso, una popolazione sospesa tra terrore e resistenza quotidiana. E li, tra incubatrici non funzionanti e vite ridotte a un respiro, che De Filippi – di professione infermiere – comprende che non basta il lavoro di volontariato; che ormai si è superato ogni limite, e urge raccontare, perché altrimenti il silenzio sarebbe complicità.
Nasce da questa riflessione un libro con cui si racconta senza sconti, senza nulla nascondere, dando voce a chi sceglie di curare invece che uccidere e ferire, a chi cerca di costruire invece che distruggere. La Gaza straziata dagli attacchi israeliani che racconta De Filippi, sembra un corpo dissezionato: aperta, esposta, priva di pelle. Le strade non portano più da nessuna parte: l’aria è ferma, satura di polvere sottile, le case sono ossa che si ergono tra le ossa dei suoi abitanti. L’autore nel suo viaggio nel ventre della città vede donne stendere vestiti tra due pali di ferro, tutto ciò che è rimasto di un edificio intero; vede bambini giocare con bottiglie di plastica, in mancanza d’altro; vede uomini seduti su sedie sfondate guardare l’orizzonte senza vederlo.
Questa è Gaza, diventata un gigantesco polmone che inspira ed espira dolore.
De Filippi, non è un giornalista e neppure uno scrittore, ma con un linguaggio fermo, a volte straziante, restituisce dignità ai bambini senza nome, alle madri che stringono i figli mentre l’inferno si abbatte sulle loro case, ai medici che lottano come ultimi baluardi di umanità. Le parole sono crude in questo libro che indica quali sono i due nemici di Gaza: l’Israele di Netanyahu da una parte e Hamas dall’altra. Le storie raccontate sono innumerevoli. “Sai qual è la cosa più dura?”, dice Rania – giovane operatrice umanitaria che accompagna l’autore nel tour nella striscia – : “Non è la fame, non è neppure il bombardamento. È l’idea che la mia città non esista più, che il posto dove sono nata sia stato cancellato”. In un’altra storia una madre con in braccio una neonata di due chili, ferma al cancello dell’ospedale di International Medical Corps, dice: “La bambina ha fame. Il latte in polvere costa come un mese di stipendio, che non prendo più. Mi hanno detto di diluirlo, ma piange e vomita”. Al mercato il cibo si vende a porzioni: un bicchiere di farina, un cucchiaio di zucchero.
Quando i soldi finiscono, la città inventa economie laterali. Si baratta un paio di orecchini d’oro per due sacchi di farina, cinque litri d’acqua potabile in cambio di tre ore di utilizzo del generatore. Nonostante tutto, De Filippi crede che la vita alla fine possa vincere sulla morte e pensa che ogni diritto difeso, anche nel diserto dell’indifferenza, è un seme piantato nel futuro.
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