Marco Volpati, 46 anni dopo Walter Tobagi è ancora tra noi

26 Maggio 2026

Marco Volpati, 46 anni dopo Walter Tobagi è ancora tra noi

di Marco Volpati

Da quella tragica mattina del 28 maggio 1980 in cui il giornalista Walter Tobagi venica ucciso sono passati 46 anni. RAI Senior lo ricorda così.

Le Brigate Rosse, e gli altri gruppi che operavano nell’ambito del terrorismo di sinistra, avevano adottato una prassi strana: colpire soprattutto coloro, e non erano pochi, che rimanevano saldi nel rispetto della legalità e dei principi costituzionali, i cosiddetti “riformisti”. Ciascuno nel proprio ruolo, magistrati, forze dell’ordine, politici, amministratori, giornalisti; alle minacce e agli attentati reagivano senza cadere nella tentazione di contrapporre la repressione alla violenza omicida.

Se ne era accorto proprio Walter Tobagi quando si trovò di fronte all’assassinio di Emilio Alessandrini, magistrato che non era mai venuto meno al rigore e alla conduzione scrupolosa delle inchieste giudiziarie.

Di fatto chi voleva applicare la Costituzione metteva in crisi l’assunto “rivoluzionario”, fondato sull’idea che solo una totale “dittatura del proletariato” potesse generare una società equa e positiva per la classe operaia. Persone come appunto Alessandrini o il giudice Guido Galli, o Vittorio Bachelet.

Walter Tobagi insieme a Eugenio Montale

Tobagi l’aveva capito, ed era cosciente di essere quindi in pericolo, visto che non rinunciava mai a capire, approfondire, studiare i punti di vista degli estremisti che detestavano la democrazia e si proponevano di rovesciarla armi alla mano. I suoi erano resoconti, analisi precise, senza proclami o invettive.

La tentazione di allontanarsi dai temi più scottanti della cronaca, dal terrorismo che in quel 1980 era ogni giorno in prima pagina, gli era venuta come a molti giornalisti esperti di piste rosse e piste nere. Ma la respinse: se il giornalista è colui che approfondisce la realtà e la racconta al pubblico, non può cedere a ricatti. La libertà di stampa è un diritto, ma anche un dovere. Quando l’estremismo politico agisce come la mafia, non si può lasciargli il campo libero.

Non una sfida, un azzardo; solo il far bene il proprio mestiere, come sempre. A 33 anni Tobagi era già un veterano. Aveva lavorato già da ragazzo per periodici sportivi, poi esordito all’Avanti! poi ancora all’Avvenire, al Corriere di Informazione e al Corriere della Sera. Laureato in Storia contemporanea alla Statale, faceva anche l’assistente e pubblicava studi. E poi aveva accettato di essere Presidente dell’Associazione Lombarda dei Giornalisti. Perché era sua convinzione che chi ha successo nel mestiere (e lui era un inviato da prima pagina), non deve per forza essere individualista e concentrato sulla carriera. Così trovava la forza e il tempo per rappresentare i colleghi e difenderne diritti e interessi.

Da quella tragica mattina del 28 maggio sono passati 46 anni. L’ Associazione sempre lo ricorda nella ricorrenza con una visita alla sua tomba, nel cimitero di Cerro Maggiore, e nel pomeriggio in via Salaino, a Milano, dove sei aspiranti brigatisti lo freddarono mentre stava andando a prendere l’auto per raggiungere la redazione.

Per lui e per i suoi familiari commozione, rispetto e omaggio. E a tutti l’invito a leggere i suoi scritti, quelli di lavoro e anche quelli sul mestiere di giornalista. I tempi sono molto cambiati, le tecniche anche. Eppure quel che ha lasciato Walter è non solo uno splendido esempio, ma anche un patrimonio di idee che restano attuali; persino profetiche. (Giornale Metropolitano)