Gianni Amelio, il Cinema Italiano nel mondo

23 Aprile 2026

Gianni Amelio, il Cinema Italiano nel mondo

di Pino Nano

Il David di Donatello 2026-Premio alla Carriera andrà quest’anno al regista Gianni Amelio, che mosse i suoi primi passi da regista proprio negli studi televisivi della RAI.La cerimonia di premiazione, vi ricordo, sarà in diretta, in prima serata su Rai 1, dagli studi di Cinecittà e trasmessa in 4K sul canale Rai4K (numero 210 di Tivùsat). La conduzione dell’edizione 2026 sarà affidata a Flavio Insinna e Bianca Balti. La serata sarà inoltre in diretta su Rai Radio2 e disponibile sulla piattaforma di RaiPlay.

“Ho smesso da tempo di fumare, bevo con moderazione, e quanto ai peccati capitali non li pratico proprio tutti e sette. Se andrò all’inferno, com’è probabile, è per aver abusato del cinema, fin da ragazzino. Non credo che ci sarà qualcuno a sostenere che è stato il cinema ad abusare di me: ero minorenne ma sveglio. Il proibizionismo filmico, che è una cosa molto diversa dalla censura, non l’hanno ancora inventato, per fortuna. Nessuno se n’e uscito con l’idea che abbuffarsi di film possa nuocere gravemente alla salute, che l’eccesso di permanenza davanti al grande schermo spinga per esempio (lo diceva un certo Fassbinder) a liberare la mente. Oggi però con un solo biglietto non posso più vedere un film tre o quattro volte di seguito come facevo negli anni del castigo. E questo per un vizioso è inaccettabile…”.

Gianni Amelio e il suo eterno “Vizio del cinema” è un po’ tutti noi, e lo è ancora di più oggi, alla vigilia del suo meritatissimo “David di Donatello 2026-Premio alla Carriera” che gli verrà ufficialmente tributato il prossimo sei maggio a Roma sul palco del Teatro 5 di Cinecittà, luogo simbolo del cinema italiano, casa naturale del grande Federico Fellini, e punto di riferimento oggi delle grandi produzioni cinematografiche nazionali e internazionali.

Ma il vizio del cinema a Gianni Amelio non è mai passato.

“II vizioso deve poter entrare in sala quando vuole e starci quanto vuole, sedersi dove gli pare o cambiare posto se gli fa comodo (la prenotazione come a teatro: ma per favore…). Adesso poi hanno moltiplicato le sale e rimpicciolito gli schermi, adesso ti devi mettere in fila per il biglietto, devi vedere il film subito sennò lo fanno sparire; adesso le visioni sono tutte prime, non seconde o terze o parrocchiali come una volta. Il che fa pensare che ci sia una congiura: vogliono che facciamo i bravi. In compenso possiamo abbandonarci al vizio solitario, cioè vedere i film a casa nostra, in santa pace, su cassetta o Dvd. Finisce che comprerò uno di quegli schermoni giganti che costano un occhio, anche se mi toccherà buttar giù una parete e sforare nel soggiorno del vicino. Nel frattempo mi accontento di un trentasei pollici e mi siedo (sono miope e non porto gli occhiali) a un metro di distanza. Mi divertivo di più allora però…”.

Un premio alla Carriera a Gianni Amelio è soprattutto un premio ai suoi film e ai suoi documentari, che tanto dibattito hanno sollevato in tutti questi anni di cinema d’autore, un premio alla sua storia personale e pubblica, alla sua meravigliosa carriera cinematografica, alla sua terra di origine, San Pietro di Magisano, alla sua amatissima nonna Carmela Scorza con cui il grande regista ha vissuto la sua infanzia calabrese, nato da una madre quindicenne e da un padre diciassettenne che lo lascerà solo, imbarcandosi per l’Argentina in cerca del proprio padre, e che non darà più notizie di sé. Non so se posso dirlo, ma il personaggio è così carismatico e affascinante da avermi sempre trasmesso una enorme soggezione.

“Andare al cinema a quei tempi –scrive nella prefazione che lo stesso Amelio fa al suo libro “Il Vizio del Cinema” -, oltre che un vizio, per me era un lusso: l’ingresso costava caro e mia nonna, mi ricordo, davanti alla cassa mi faceva piegare sulle ginocchia: il bambino è piccolo, non paga! In un quaderno sopravvissuto dal 1955 ho trovato l’elenco di tutti i film che ho visto da quando frequentavo la prima media e al cinema cominciavo ad andarci da solo. C’e scritto il titolo a stampatello, i nomi degli attori principali, se era a colori o in bianco e nero; e poi a fianco il voto, da uno a dieci…Penso sempre che il vizio del cinema, se ce l’hai, non lo puoi perdere. Altrimenti te lo puoi solo guadagnare”.

I suoi inizi, il suo esordio, i primi passi della sua carriera riletti oggi sembrano quasi la sceneggiatura ideale per un film dedicato alla storia del cinema.

Una vera leggenda. Che racconta di un Gianni Amelio ancora bambino con alle spalle, e dentro la sua vita adolescenziale, una nonna infermiera letteralmente pazza per il cinema, e che una settimana si e una settima no lo prende per mano e da San Pietro di Magisano lo porta a Catanzaro, al Politeama, tempio allora di questo mondo fantastico, una nonna che viveva del suo lavoro e della passione per i grandi registi del tempo, Rossellini, Fellini, Visconti, Antonioni, ma anche Bresson, e che nella maggior parte delle volte lo costringeva a rivedere il film due volte di seguito, cosa che allora era possibile fare, perché il biglietto che costava 250 lire “andava sfruttato fino all’impossibile”.

Un amore travolgente, quasi malato tra nonna e nipote, che per anni sembrava dover restare incorruttibile e forte come l’acciaio, salvo poi a tradire la nonna che un giorno lo manda a Catanzaro perché si iscrivesse all’Istituto Magistrale, ma Gianni cambia strada e corre a iscriversi al liceo classico Galluppi, quasi un segno premonitore di quello che poi nel tempo sarebbe diventato il poeta di questi anni.

Quando mi domandavano cosa volessi fare da grande –racconta lui stesso a Francesco Munzi con cui nel 2016 firma un libro a quatto mani per la Rubbettino Editore dal titolo “L’ora di regia” – non dicevo “voglio fare il regista”, ma “voglio andare al Centro Sperimentale”. Per me era inconcepibile l’idea di un regista che non avesse frequentato una scuola. Quando mi raccontavano di qualcuno che aveva iniziato facendo l’assistente, l’aiuto, po’ lo sceneggiatore eccetera, la cosa mi sembrava un’eccezione. E poi negli anni ’50, più conosciuto del Papa, c’era Domenico Modugno. Leggevo sempre che aveva frequentato il Centro Sperimentale. Questa scuola era una fucina straordinaria, pensavo, se addirittura qualcuno poteva permettersi di uscire da lì cantando, dopo aver preso lezioni di recitazione! Mi informai su quanto costasse, se c’erano delle borse di studio (e ce n’erano anche di consistenti all’epoca). Naturalmente – mi sarei dovuto stabilire a Roma. Ma era una eventualità che non si poneva, perchè avevo cominciato a lavoricchiare, facevo qualche supplenza, anche duranteil periodo in cui ero iscritto a Filosofia a Messina, e qualche doposcuola”.

Poi la svolta della sua vita, il suo primo viaggio a Roma, e il suo primo incontro importante con il regista Vittorio De Seta, un’occasione del tutto casuale ma che Amelio considera ancora oggi un vero e proprio colpo di fortuna.

Amelio era venuto a Roma per trovare un suo vecchio compagno di liceo, lo va a cercare all’indirizzo che aveva in tasca, in una casa di via Tembien, nel cuore del quartiere africano tra Via Libia e Corso Somalia, e appena arrivato a Roma gli capita di leggere su “L’Unità” la notizia che Vittorio De Seta stava preparando un film.

“Cercai il suo numero sull’elenco telefonico, mi presentai come il redattore di “Giovane critica”, una rivista specialistica che si stampava in Calabria, e gli chiesi un’intervista. De Seta fu molto disponibile e mi diede appuntamento per il giorno dopo. Parlammo a lungo e, al termine della conversazione, con una gran faccia tosta, gli chiesi se fosse disposto a prendermi come assistente volontario non pagato per il suo film, “Un uomo a metà”. Lui restò sorpreso, ma mi disse sì. Ero arrivato a Roma, praticamente senza bagagli, ma non ebbi dubbi. Mollai l’incarico di professore nella scuola che avevo in un paesino in provincia di Catanzaro, per inseguire il mio sogno: il cinema. Vittorio De Seta mi prende come volontario e dopo un mese mi dà uno stipendio, piccolo, ma uno stipendio… “.

Dal 1967 in poi Gianni Amelio realizza i suoi primi servizi televisivi per diverse rubriche della RAI, diventa addirittura assistente di Ugo Gregoretti, sia nel documentario Sette anni dopo sia in molti caroselli pubblicitari, e collabora con personaggi come Alfredo Angeli, Enrico Sannia e Giulio Paradisi. Finché nel 1970 non diventa un “uomo RAI a tutti gli effetti”, forse in assoluto uno dei migliori registi della Rai di quegli anni, e nell’ambito dei programmi Rai di quella stagione così felice per la televisione di stato, che favorisce l’esordio di molti giovani registi di provincia, Amelio realizza per la serie Film Sperimentali per la TV La fine del gioco, a cui fanno seguito nel 1973 La città del sole, tratto dall’omonima opera di Tommaso Campanella, che vince il Gran Premio del Festival di Thonon-Les-Bains dell’anno successivo, e Bertolucci secondo il cinema (1976), un documentario sulla lavorazione dal film Novecento.

Ma dello stesso anno è anche Effetti speciali, un thriller imperniato sul mondo del cinema, mentre due anni dopo dirige il giallo La morte al lavoro, tratto dal racconto Il ragno di Hanns H. Ewers, vincitore del premio FIPRESCI al Festival di Locarno, il Gran Premio Speciale della Giuria e il Premio della Critica al Festival di Hyères.

Devo riconoscere che è quasi struggente il racconto che il grande regista fa di sé stesso e del suo mondo, quello del cinema, da cui in realtà non è mai riuscito a staccarsi, e che la “rete digitale” oggi custodisce come suo ideale testamento morale.

L’impossibilità di stare senza girare un film, è quella voglia che ti spinge a ricominciare a girare, appena hai finito, dimenticando i problemi e le fatiche del film precedente. Perché fare il regista è un mestiere faticoso persino fisicamente: sul set io non sto un attimo fermo, sposto gli oggetti, seguo gli attori… Devi essere vergine e puttana, per fare il regista. Manageriale e machiavellico. Gestisci tanti rapporti umani, rispondi di tanti soldi investiti e da soggetti diversi, se sgarri sui tempi sono guai, perché i costi aumentano. Eppure, appena hai finito, non vedi l’ora di ricominciare. Come le donne che finiscono per dimenticare i dolori del parto poco dopo che hanno abbracciato il loro bambino. Fare cinema è un piccolo parto. Per quel figlio che metti al mondo sei disposto anche a piegarti ad andare ai festival, a presentarlo in giro”.

Indimenticabile anche il discorso che Gianni Amelio tenne all’Università della Calabria quando il 28 maggio del 1996 gli venne conferita la Laurea Honoris Causa dalla Facoltà di Lettere e Filosofia, riconoscimento proposto dell’allora storico portavoce dell’Unical, il giornalista Franco Bartucci, ai vertici della Facoltà, i professori Franco Crispini e Daniele Gambarara, Laurea Honoris Causa che Amelio dedicò quel giorno a nonna Carmela, allora novantaquattrenne, seduta in prima fila con lui. Emozionante.

Ma passerà mai alla storia uno come lui?

Per la verità Gianni Amelio è già storia contemporanea. L’Enciclopedia Italiana Treccani lo racconta oggi come “Creatore di racconti intimi, a volte minimali, che. riprende il cinema politico italiano degli anni Settanta, ma lo sviluppa con stile personale, interessato più ai rapporti tra le persone (e le generazioni) che non al dibattito politico tout court”.

Per gli analisti e gli storici della Treccani Gianni Amelio “può essere definito il ‘cineasta dei bambini’ per la sua straordinaria capacità di raccontare le loro storie (presenti in quasi tutti i suoi film), ma soprattutto per come ha saputo ogni volta rappresentarli davanti alla macchina da presa, dal primo film La fine del gioco- in cui il protagonista si ribellava all’intervistatore per entrare invece in un rapporto diretto con il regista- fino al notevole Il ladro di bambini, uno dei film più intensi e rappresentativi sul disagio che giovani e bambini del Sud vivono nell’Italia degli anni Novanta”.

Eclettico, elegante, solenne, ricercato, eternamente rincorso dai grandi giornali italiani e stranieri per questo suo carattere sempre così chiuso e riservato, ma che ha sempre qualcosa da dire e da trasmettere agli altri, un personaggio straordinario, di una umanità senza pari, impastato di mille letture importanti e di grandi emozioni intime, la faccia da contadino, bruciata dal sole, burbera e buona insieme, l’uomo sembro uscito dal mondo delle favole, con alle spalle una infanzia modestissima in questo piccolo paesino calabrese della provincia di Catanzaro e oggi lui invece ai vertici della storia del cinema.

“Ricordo –racconta Amelio a Goffredo Fofi nel libro della Donzelli Editore “Amelio secondo il cinema” – come una delle cose più strazianti e tenere della mia vita quando un giorno, camminando per il mio paese con mia nonna, una contadina che aveva studiato fino alla seconda elementare, vidi sul muro delle scritte sbiaditissime che dicevano: vota tal dei tali. Io chiesi a mia nonna che cosa volessero dire, e lei non seppe rispondere. Ci rimasi molto male: volevo sapere tante cose e non c’era la possibilità di saperle, se non – uccidendo – in qualche modo le persone che amavo. Sono dovuto andar via di casa per avere la libertà di leggere un libro. C’è stato un periodo molto lungo della mia vita – quello che altri registi come Bernardo Bertolucci o Marco Bellocchio hanno sfruttato per fare – in cui io ho dovuto cercare di capire cosa fare. Io i mezzi per capire non li avevo; ho avuto confusamente delle occasioni, e sono stato ben felice di coglierle perché erano fonte di esperienza. Perciò non teorizzo la mia avventura nel cinema come qualcosa che tutti dovrebbero seguire. A cose fatte posso dire che proprio questo tipo di esperienza mi ha portato ad essere abbastanza disincantato, a vedere meno narcisisticamente il mondo”.

Carriera meravigliosa.

In 45 anni di carriera Amelio realizza e firma decine e decine di lungometraggi, la metà dei quali negli ultimi due decenni, e che lasceranno un segno indelebile della sua classe e del suo genio artistico.

Siamo ancora agli inizi quando nel 1979 gira quello che è considerato il suo lavoro migliore sul piccolo schermo, Il piccolo Archimede, molto apprezzato dalla critica – qualcuno lo paragona addirittura a Luchino Visconti – adattato dal romanzo omonimo di Aldous Huxley, che frutta a Laura Betti il premio di miglior attrice al Festival internazionale del cinema di San Sebastián. E nel 1983, realizza il suo ultimo lavoro televisivo per Rai 3, I velieri, tratto dal racconto omonimo di Anna Banti, per la serie 10 registi italiani, 10 racconti italiani.

Nel 1991, il suo Porte aperte viene candidato agli Oscar come miglior film straniero, dopo aver vinto 4 European Film Awards, per poi tornare a rappresentare l’Italia all’Academy nel 1993 con Il ladro di bambini, nel 1995 con Lamerica e nel 2005 con Le chiavi di casa.

Con Il ladro di bambini, il suo maggior successo commerciale, vince nel 1992 il Gran premio speciale della giuria al Festival di Cannes e l’European Film Award come miglior film, oltre a 2 Nastri d’argento, 5 David di Donatello e 5 Ciak d’oro. Lamerica invece si aggiudica nel 1994 il premio Osella d’oro alla Mostra del cinema di Venezia, oltre al Premio Pasinetti come “miglior film”, ma vince anche 2 Nastri d’argento, 3 David di Donatello e 3 Ciak d’oro. Quattro anni dopo, Così ridevano, probabilmente il suo lavoro di più difficile comprensione per il grande pubblico, vince il Leone d’oro alla Mostra del cinema di Venezia.

Dicevamo, “Lamerica. Rieccolo il grande regista che si mette alla macchina da presa per raccontare questa volta un pezzo della sua storia familiare, ma questo trasformerà il suo film in una sorta di meraviglioso affresco del mondo dell’emigrazione. Lui ne parlerà subito appena uscito come del “tornante fondamentale” della sua esistenza, e dell’esperienza che ha cambiato la sua vita.

Oggi – racconta Amelio alla stampa internazionale in occasione del lancio del film- nessuno vuole ricordare che noi siamo un paese di migranti. E io sono orgoglioso di aver girato un film che non parla solo dell’esodo degli albanesi in Italia, ma di cosa significhi lasciare la propria casa per necessità e spostarsi in luoghi sconosciuti e spesso ostili. Con Lamerica ho voluto raccontare anche la storia della mia famiglia, di mio padre, di mio nonno, di tutti gli italiani che hanno attraversato il mare su piroscafi pieni, in situazioni penose, per inseguire una speranza di futuro. È stato come riappropriarsi di ricordi, testimonianze che io stesso ho ascoltato quando ero ancora bambino. Proprio rispetto a mio padre c’è una cosa molto bella che amo raccontare: anche lui come molti calabresi aveva lasciato il paese, la famiglia per andare in America e il giorno in cui è sbarcato a Buenos Aires si trovava sulla prua della nave. Vicino a lui c’era un compaesano, che non appena la nave attraccò disse: Peppì, come siamo lontani dalla Calabria, una frase che io trovo così poetica e straziante e che esprime tutto il dolore di quest’uomo e di tanti altri uomini che avevano lasciato la propria terra e i propri cari. Ecco, Lamerica vuole raccontare anche questo, alla faccia di chi continua a definire erroneamente questa pellicola un ‘istant movie’.

Una carriera, insomma, costellata da mille riconoscimenti diversi e da premi importanti che neanche il grande regista probabilmente avrebbe mai immaginato di ricevere.

Alla sessantunesima edizione del Festival di Venezia si presenta in concorso con il film Le chiavi di casa, tratto dal romanzo di Giuseppe Pontiggia Nati due volte, affrontando il tema di un padre che tenta di stabilire un rapporto col figlio disabile. “Il film -racconta la sua biografia ufficiale- non vince nessun premio. Pochi mesi dopo viene però selezionato come candidato italiano agli Oscar per il miglior film straniero, senza rientrare però nella cinquina dei finalisti. Il mese successivo si aggiudica il Nastro d’argento per la miglior regia”.

Una delle ultime fatiche di Amelio per il grande schermo è La stella che non c’è (2006), ispirato al romanzo di Ermanno Rea “La dismissione”, una storia che racconta il viaggio che il protagonista Sergio Castellitto compie in Cina per rintracciare l’acciaieria dismessa dove ha lavorato per molti anni. Il film viene presentato in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia del 2006 e diventa anche questa volta cuore del dibattito culturale della critica cinematografica più accreditata.

Una vita costellata e segnata da decine di perle cinematografiche.

Nel 1982 il suo primo film, Colpire al cuore, seguito da I ragazzi di via Panisperna, un film che racconta le vicende del gruppo di fisici di cui facevano parte, negli anni trenta, Enrico Fermi ed Edoardo Amaldi, girato in due versioni – una più lunga per il piccolo schermo – e che ottiene numerosi riconoscimenti, tra cui il premio per la miglior sceneggiatura al Festival Europacinema di Bari, il premio per il miglior film al Festival di Abano Terme, e il Premio Valmarana.

Nel 1989 il film Porte aperte, tratto dal romanzo omonimo di Leonardo Sciascia e interpretato da Gian Maria Volonté, lo lancia invece come autore di dimensioni internazionali e gli procura una candidatura per l’Oscar nel 1991. Vince inoltre 4 premi Felix, 2 Nastri d’argento, 4 David di Donatello e 3 Globi d’oro assegnati dalla stampa estera in Italia.

Amelio è un fiume in piena.

Nel tempo sarebbero poi arrivati film come Così ridevano, Leone d’Oro a Venezia nel 1998, Le chiavi di casa, La tenerezza, Hammamet e poi dopo Campo di battaglia, che ha riportato Amelio al centro del dibattito cinematografico italiano, confermando la sua capacità di affrontare temi storici e morali senza mai perdere forza narrativa.

Ma Gianni Amelio non è solo un grande regista, è soprattutto uno straordinario poeta moderno che ha trasportato e trasferito nei suoi film, e soprattutto nei suoi documentari, la profondità del suo “male oscuro” originario, e la bellezza struggente dei suoi ricordi più intimi.

“Io ho avuto un’infanzia –scrive il regista calabrese– che non rientra proprio nella norma familiare, perché sono vissuto senza una figura paterna, che tra l’altro ho conosciuto solamente quando avevo 17 anni. Tutto questo mi ha segnato in maniera negativa. A scuola mi ripetevano che non avevo un papà, eppure sapevano che non ero orfano. Mio padre era emigrato in Argentina e aveva in qualche modo abbandonato mia madre, come era successo anche a mia nonna e a tanta gente del mio paese, che è San Pietro di Magisano, in provincia di Catanzaro. All’epoca da noi esistevano le “vedove bianche”, ovvero quelle donne rimaste sole, a casa, per occuparsi dei figli perché i loro mariti sono stati costretti, per cercare fortuna, ad allontanarsi dalla loro terra per andare dall’altra parte dell’oceano. Questa è la mia storia, ma è anche quella di tante famiglie calabresi e siciliane che hanno vissuto negli anni prima della guerra e anche nel dopoguerra. Noi eravamo un po’ come i migranti di adesso o come gli albanesi che venivano nel nostro Paese. Il tema della paternità, che ricorre spesso nei miei film, nasce come una fatalità, da un bisogno interiore: nel momento in cui una persona ha sperimentato sulla propria pelle certe esperienze, è chiaro che in qualche modo queste emergano”.

Bellissima, solenne, quasi aulica, la motivazione che Piera Detassis, Presidente e Direttrice Artistica dell’Accademia del Cinema Italiano, ha scritto per questo suo “David di Donatello alla Carriera”.

L’Accademia del Cinema Italiano è onorata di assegnare il David di Donatello alla Carriera a Gianni Amelio celebrandone così l’immensa conoscenza del cinema, quasi una magnifica ossessione. La sua visione del mondo è profondamente umanistica e insieme intimamente immersa nella materia cinematografica. Nei suoi movimenti di macchina, nella densità delle inquadrature, nel rapporto quasi carnale con gli attori, tutti i più grandi, il cinema diventa forma viva, concreta, pulsante e a imporsi è l’emozione nei confronti degli esseri umani, soprattutto gli esclusi, i dimenticati, gli antagonisti, i teneri che non trovano casa nel mondo e che nel racconto assumono una levatura morale altissima. Con il cruciale capolavoro Lamerica ha anticipato uno dei grandi temi del nostro tempo, le migrazioni, con uguale vastità di sguardo ci ha trasportato nell’attualità cruda della guerra nel suo film più recente, Campo di battaglia”

Ma c’è molto di più.

Gianni Amelio -aggiunge Piera Detassis- è il cinema: lo è per passione, per identificazione, per la capacità affabulatoria con cui sa raccontarlo nei suoi libri, per la capacità unica di coniugare visione, pura immaginazione e forte sentimento civile e sociale. Collezionista di film, maestro, scrittore, appassionato al cinema più raffinato quanto a quello più popolare, capace di non chiudersi mai nel pensiero rassicurante, Gianni Amelio merita un posto speciale nella nostra storia culturale. Il David alla Carriera vuol essere il ringraziamento per la vertigine narrativa che continuano a regalarci le sue opere”.