2 GIUGNO 1946, LA SCELTA TRA MONARCHIA E REPUBBLICA

10 Aprile 2026

2 GIUGNO 1946, LA SCELTA TRA MONARCHIA E REPUBBLICA

di Giampiero Gamaleri

UN REFERENDUM CHE HA UNITO GLI ITALIANI, Mentre oggi rischiamo di uscirne a pezzi

E’ un’iniziativa veramente apprezzabile quella del Corriere della Sera di ristampare le pagine storiche dei suoi 150 anni di vita.

Ciò può rimanere una semplice curiosità ma, a ben vedere, costituisce una formidabile lezione di storia. Una storia costruita sui fatti piuttosto che sulle opinioni. I libri di storia riflettono infatti inevitabilmente il punto di vista dei loro autori pur nel rispetto degli avvenimenti.  Percorrendo invece le pagine del Corriere ricostruiamo una storia che è tutta composta dai fatti vissuti allora dai nostri padri. E quando anche si tratta di opinioni – per esempio nel caso degli editoriali – sono anche quelle opinioni importanti perché riferite al momento in cui sono state scritte e non all’interpretazione postuma di oggi.

L’impressione complessiva che se ne ricava è che l’Italia sia uscita da quella esperienza più unita, più tollerante, più collaborativa. L’esatto opposto rispetto a quello che stiamo vivendo in questo nostro momento di consultazione referendaria su un tema rispettabile ma di ben minore portata.

Leggiamo oggi ad esempio la prima pagina del Corriere di giovedì 6 giugno 1946 all’indomani del referendum istituzionale decisivo per il nostro Paese, quello per la scelta tra repubblica e monarchia.  

Già eloquente è il titolo dell’ editoriale, “Tregua nazionale”. Non a caso esso è firmato, anzi semplicemente siglato, dal direttore del Corriere dell’epoca cioè Mario Borsa, giornalista antifascista che guidò il giornale su indicazione del Comitato di Liberazione Nazionale dal 25 aprile 1945 fino all’agosto 1946.

Ma se guardiamo più da vicino i contenuti di quella pagina, il primo che spicca immediatamente è la tabella coi risultati del referendum in base ai quali la Repubblica ottenne 12 milioni e 720.000 voti contro i 10 milioni e 700 mila per la Monarchia, con la famosa differenza di due milioni di suffragi.  Ma se si vanno a vedere più da vicino queste cifre spicca subito il quadro di un Italia anche allora spaccata nettamente in due. A una Lombardia che dà 2 milioni 270.000 voti alla repubblica e un milione in meno alla monarchia corrisponde una Campania che fa prevalere la monarchia per un milione e quattrocento mila voti contro soli 435.000 per la repubblica. A sua volta l’Emilia dà più di un milione e mezzo di voti alla repubblica e meno di mezzo milione alla monarchia mentre la Sicilia al milione 300 mila voti della monarchia fa corrispondere i settecentomila della repubblica.  Solo il Lazio sta nel mezzo con soli 50.000 voti a favore della monarchia.  Ma la cosa sorprendente è che, malgrado questa questo vero e proprio solco Nord-Sud, il paese si manifestava unito, tollerante, proiettato verso il futuro.

Anche il pezzo di cronaca intitolato “La grande giornata a Roma” è rivelatore di un clima estremamente disteso. Giuseppe Romita piemontese di Tortona, che era il Ministro dell’Interno, responsabile della regolarità della consultazione, rilasciava una breve dichiarazione ai giornalisti in cui elogiava la magnifica prova di maturità data dal popolo italiano nelle elezioni – a cui parteciparono per la prima volta le donne – e la necessità di mettersi al lavoro per “risolvere sopra un piano nazionale i gravi problemi della ricostruzione tra i quali preminente è la cosiddetta questione meridionale, mediante un piano che valorizzi adeguatamente tutte le possibilità delle due zone”.

A sua volta De Gasperi dopo avere detto che il compito della Corte di cassazione per l’accertamento ufficiale dei risultati sarebbe stato relativamente facile, dato che lo scarto chiaro di voti tra repubblica e monarchia evitava ogni possibilità di contestazione sui risultati, aggiungeva che il Consiglio di gabinetto – praticamente il Consiglio dei ministri di allora – “ha avuto lo scopo di rivolgere a tutti i partiti un appello a differire ogni manifestazione a dopo la proclamazione ufficiale del referendum”. Dopo di che avverrà il trapasso dei poteri che “racchiude il significato di un atto di pacificatore che – ha aggiunto del Gasperi – ritengo contribuisca alla realtà del nuovo Stato che sorge: tutti devono contribuirvi dimenticando ogni dissenso affiorato nel passato. Questo sforzo concorde rappresenterà il risultato del metodo democratico e si dimostrerà che siamo riuniti ad applicarlo”.

Ma non è solo la politica a parlare ma anche la cronaca. Si era infatti sparsa la voce, fatta circolare a Roma nel pomeriggio, secondo la quale il re avrebbe attentato alla propria vita. Era, si direbbe oggi, una fake news. La notizia viene subito smentita essendo tra l’altro contraria al carattere del re così responsabile e sereno.

E questa si accompagna a un’altra notizia riportata in un titolo che dice che ex Regina moglie di Vittorio Emanuele III e i suoi figli, giunti a Napoli in aereo, si sarebbero probabilmente imbarcati presto sull’incrociatore Duca degli Abruzzi o su di una nave brasiliana. Effettivamente nei giorni successivi la partenza di Umberto II per l’esilio fu improntata ad un clima di estrema correttezza istituzionale testimoniato tra l’altro da una foto passata alla storia del suo saluto con la mano mentre entra nella carlinga dell’aereo che lo porterà in Portogallo.

Un’altra notizia importante la si ricava dall’articolo intitolato “Chi sarà il Presidente?”.

Un argomento su cui oggi scorrerebbero fiumi d’inchiostro. Il sommario allora recitava: “Si parla di Orlando ma i comunisti preferirebbero Nitti. Anche Bonomi e Sforza candidati”. Oggi sappiamo che la scelta cadde su di un outsider, Enrico De Nicola. Nell’articolo si leggeva poi che,  sgombrato il terreno dalla questione istituzionale mediante la democratica soluzione del referendum, “i partiti di vera democrazia dalla Democrazia Cristiana al socialista, dal repubblicano storico all’Unione Democratica Nazionale hanno avuto una netta decisa prevalenza sulle due ali estreme, quella comunista e quella di destra. Né può esserci dubbio che il popolo italiano vuole una repubblica democratica senza sbandamenti né a destra né a sinistra. La lieve differenza che segna la vittoria repubblicana ammonisce che soltanto una repubblica democratica cioè non classista può essere facilmente accettata dalla non trascurabile minoranza”. Già fin da allora di era capito che l’esasperazione dei contrasti non avrebbe fatto fare molti passi in avanti al Paese ferito dalla guerra.

Ma le parole più eloquenti sono state quelle pronunciate dal presidente del consiglio De Gasperi che ha richiamato la situazione in quattro punti. 1.La garanzia offerta dalla magistratura quale organo di controllo dell’apparato elettorale in tutti i suoi livelli fino ad arrivare alla Corte di Cassazione e al suo procuratore generale. 2.La compartecipazione tra maggioranza e minoranza per una pacificazione del popolo e l’accrescimento dell’energia costruttiva del nostro Paese. 3.Una riunione  di tutti i rappresentanti dei partiti attorno allo stesso tavolo presidenziale. “Ho avuto la precisa sensazione – aggiunge De Gasperi – che questa volontà democratica di cooperazione e di distensione è già viva e operante e fa ben sperare che affronteremo con serenità ed energie i gravissimi problemi costituenti e quelli ancora più gravi del lavoro, della finanza e dell’economia”. 4. Infine l’appello al rispetto più rigoroso della disciplina e della bandiera quali espressioni di onore e di fedeltà alla continuità della patria. “Abbiamo tutti il fermissimo proposito di mantenerci saldi ed uniti nella solidarietà nazionale per difenderci contro le insidie e le cupidigie che vogliono togliere all’Italia la possibilità di competere di cooperare secondo il genio della sua civiltà al rinnovamento della vita internazionale”.

Che grande lezione di storia in una sola pagina di giornale!

Prof. Giampiero Gamaleri

Sociologo della comunicazione ed ex consigliere di amministrazione della RAI